Viviamo in un mondo complesso e complicato, globalizzato ed iper-connesso in cui i dati e la tecnologia sono divenuti i confini esistenziali. Le interazioni sui social network, gli smartphone –  protesi digitali – che raccolgono costantemente i nostri parametri vitali e non solo, ma anche tutti gli oggetti connessi ad Internet (IOT), gli assistenti vocali, i segnali GPS: tutto produce un’enorme quantità di dati. La nostra normalità è, come direbbe il filosofo Luciano Floridi, onlife: un’esistenza ibrida, mutante non più ascrivibile entro le etichette binarie di “reale” e “digitale”. 

snow crashL’autore Neal Stephenson in Snow Crash, un libro di fantascienza cyberpunk del 1992, conia il termine Metaverso (Metaverse in inglese) descrivendolo come una sorta di realtà virtuale condivisa tramite internet, dove si è rappresentati in tre dimensioni attraverso il proprio avatar. Fantascienza dicevamo, eppure queste tecnologie sono capillarmente diffuse: sono il DNA, lo spirito del nostro tempo; sono la struttura invisibile di simboli, comportamenti e abitudini che dà forma al presente tanto che – il più delle volte – non ci facciamo nemmeno caso. 

Cosa c’entra l’arte?

Arte e tecnologia, sebbene possano apparire distanti, sono in realtà unite tra loro a doppio filo. Si potrebbe addirittura affermare che una netta separazione tra arte e tecnologia non esiste; l’umano è intrinsecamente tecnologico e non solo in tempi recenti. A partire dalle pitture rupestri di Lascaux gli ominidi hanno avuto la necessità di “inventarsi il colore” per lasciare la propria traccia nel mondo, per rappresentare la propria realtà; gli antichi Greci si riferivano all’arte utilizzando il termine téchnē, in cui veniva fatto rientrare ogni prodotto dell’abilità tecnica; il genio di Leonardo esprimeva la stretta correlazione che esiste tra pittura (arte), natura e scienza. L’esperienza artistica, dal canto suo, è spesso riuscita ad immaginare, intuire e descrivere dinamiche del quotidiano cogliendole anche solo in potenza: si pensi a Frankenstein, a Matrix, a Minority Report o al già citato Snow Crash. 

La mappatura e la contestualizzazione di una ricca letteratura internazionale, mette in risalto una rivoluzione estetica, già in atto, che incentra le proprie sperimentazioni artistiche su streaming, realtà virtuale e aumentata, AI, robotica, Big Data, interattività e molto altro. È una  vasta area di contaminazione fra scienze, media, musica, performing arts e arti visive; un approccio che non distingue fra uomo e macchina, naturale e sintetico, reale e virtuale. Analizzare ed alimentare il rapporto che sussiste tra arte e tecnologia non è solo una provocazione. Attraverso l’una possiamo comprendere molto di più sull’altra.

Siamo culturalmente abituati a fermarci ai dualismi: bene e male, giusto e sbagliato, bianco e nero, senza considerare che tra gli opposti esistono una serie di intermezzi confusi, sfumati, complessi. Il problema, quando si tratta di tecnologia, non sono le risposte ma le domande. L’arte sradica queste domande di partenza, è vivace rispetto alla tecnologia e può essere un vero e proprio motore per l’innovazione  tecnologica e scientifica

Quando un artista crea con la tecnologia entra in un sistema differente rispetto all’arte classica; la figura del pittore bohemien che lavora da solo, chiuso nel suo studio, preso dal pathos dell’arte, viene a cadere. L’artista – per creare con la tecnologia – ha necessariamente bisogno di expertise esterne (tecnici, centri di ricerca, laboratori di robotica e intelligenza artificiale). Questo processo collaborativo non è innocuo, ha delle conseguenze tanto per l’artista quanto per il laboratorio di ricerca scientifica. 

In una recente pubblicazione, Valentino Catricalà – Curatore della SODA Gallery Manchester e direttore della sezione arte della Maker Faire 2021 – parla dell’ artista come di un inventore portando un esempio molto concreto: alla fine degli anni ‘70, il regista e artista Michael Neimark entrò nel team dell’ingegnere Andrew Lippman al MIT (Massachusetts Institute of Technology), proponendo una nuova idea per indagare il concetto di orientamento visivo all’interno di una città. Nacque così l’Aspen Movie Map, la

Tecnologia arte Aspen
Michael Neimark- Aspen Movie Map (1978)

prima mappa interattiva di una città, un vero e proprio antenato di Google Street View che poi quarant’anni sarebbe diventato una commodity indispensabile.
La tecnologia guarda al mondo solo attraverso le lenti dell’utile, quella dell’artista è invece una sperimentazione libera, anche esistenziale. Non c’è molta differenza tra chi opera con le tecnologie e Giotto; ciò che muove l’artista è sempre questo desiderio di andare oltre. Neimark (il suo non è l’unico esempio) non entra nei laboratori del MIT per creare una nuova tecnologia: vi entra per seguire la propria prospettiva artistica, per implementare e stimolare una nuova  visione del mondo. Questo ciclo, per noi virtuoso, reintroduce all’interno di un contesto “asettico” il tema della sensibilità aprendo a nuovi ed auspicabili scenari. 

Il connubio tra arte e tecnologia ha dato vita – da anni oltralpe ed in tempi più recenti anche nel nostro Paese – ad un sistema composito e vivace fatto di Festival, Premi, ma anche di piccole esposizioni che si svolgono in tutto il mondo e che hanno arricchito sempre più i loro palinsesti. Ad interessare le riflessioni degli artisti, e anche del pubblico, è il modo in cui tecnologia e società interagiscono in rapporto alla vita quotidiana. Per far fronte alla pandemia da Covid-19, molti di questi eventi sono stati trasposti in digitale dando il LA ad una serie di ulteriori riflessioni sui prossimi sviluppi nel mondo dell’arte e non solo. Una mappatura di tutti gli eventi sarebbe qui impossibile da fare, ma si può far comunque far brevemente riferimento ad alcuni esempi.  ars electronica, festival, tecnologiaL’Ars Electronica è uno dei più importanti festival sulle arti e la tecnologia; la manifestazione si svolge per la prima volta nel 1979 ed ha sede presso l’Ars Electronica Center nella città di Linz (Austria). L’evento ha fama internazionale ed è legata all’omonimo Prix Ars Electronica che ha consacrato alcuni dei protagonisti della cultura digitale del nostro tempo tra cui i fondatori di progetti come Wikipedia o Creative Commons. Quest’anno il festival si è svolto dall’8 al 12 Settembre in forma ibrida; a quarant’anni dalla sua fondazione e nel secondo anno della pandemia da COVID19, Ars Electronica ha ricominciato ad orientarsi verso le proprie radici. Ragionando sul futuro delle società tecnologiche come responsabilità del nostro tempo, il festival di quest’anno prova a rispondere a domande esistenziali attraverso un “New Digital Deal”. Come possiamo “aggiustare” il mondo digitale? Di quali competenze e competenze abbiamo bisogno per questo, dove e come saremo in grado di acquisire queste competenze, dove e come formare gli esperti necessari? Che ruolo ha ognuno di noi in questo? Che ci piaccia o no, la trasformazione digitale non è solo un argomento attraente per i discorsi della domenica, ma un fatto che determina la realtà e che come tale necessita di essere analizzato e contestualizzato.for refusal

Transmdiale è un festival che si tiene a Berlino (Germania) per cinque giorni l’anno (in genere a cavallo tra i mesi di Gennaio e Febbraio) dal 1988. Nasce inizialmente come una mostra cinematografica e, nel 2001, allarga i propri orizzonti alle new media art e alle arti elettroniche in genere.  Quest’anno, Transmediale ha assunto la forma di un  Year-Long Festival, un festival permanente che propone un Almanac (un palinsesto) fruibile tutto l’anno, in forma analogica e/o digitale. Il fulcro delle riflessioni è il tema del rifiuto: facilmente frainteso come un gesto di non-azione e passività, un rifiuto può essere letto invece come un’insistenza su un’alternativa o una richiesta di riforma. Dai boicottaggi agli scioperi ai ritiri collettivi o individuali, la lunga e paradossale storia del rifiuto suggerisce immaginari politici e sociali che dicono più di un semplice no. Come atto che spesso porta con sé sia ​​il rischio che la promessa, un rifiuto apre possibilità per mondi che possono e dovrebbero essere.sonar

Barcellona è una città che accoglie e sostiene, da diversi anni, le energie, le iniziative, i centri di ricerca e la sperimentazione multimediale digitale. Il Sónar è solo una delle innumerevoli manifestazioni che animano la città. Questo festival cambia il volto del suo appuntamento annuale estendendosi nello spazio e nel tempo  durante tutto l’anno e in tutta la città oltre che sul web. Sónar e Sónar+D si svolgeranno il 15, 16, 17 e 18 giugno 2022, nelle sedi della Fira Montjuic de Barcelona e della Fira Gran Via de L’Hospitalet.  Mentre il festival AI and Music, parte del programma S+T+ARTS della Commissione Europea, si svolgerà in parallelo con un’edizione ampliata di SónarCCCB con palchi dedicati alle esibizioni dal vivo, conferenze, workshop e dimostrazioni. Il festival esplora il ruolo dell’intelligenza artificiale nella nostra vita prendendo la musica come esempio. Sarà fruibile sia di persona al CCCB di Barcellona e a L’Auditori, sia in live-streaming completo (27-28 Ottobre 2021).

 mira festival, tecnologia

MIRA è un festival di arti digitali basato su esposizione, divulgazione ed educazione, si tiene ogni anno a Barcellona (dal 2011) ed ha tenuto due edizioni a Berlino (2016 e 2018). Incentrato sull’intersezione tra arte e cultura digitale, il festival presenta un programma composto da spettacoli audiovisivi in ​​formato tradizionale e fulldome, installazioni di arte digitale, proiezioni, conferenze e workshop. Il festival si pone come obiettivo quello di sensibilizzare il pubblico ad una forma diversa di creatività e di fruizione artistica e quest’anno si terrà, a capienza ridotta, dall’11 al 13 Novembre.

romaeuropa festival

Il Romaeuropa Festival – giunto alla sua XXXVI Edizione – è ormai riconosciuto come il più importante festival italiano e il Wall Street Journal lo ha indicato, nel 2006, come uno dei quattro top festival in Europa. Il festival riunisce nella Capitale una platea composita, come composita è l’offerta culturale del festival, che abbatte le barriere tra cultura “alta” e “di massa”, all’insegna dello scambio, del connubio e dell’intreccio, tra culture e codici espressivi. Ogni anno Europa, Asia, America, Oceania, Africa si incontrano nella Capitale in una partitura spettacolare fatta di danza, teatro, musica, cinema, incontri con gli artisti, arti visive e sfide tecnologiche. I suoni e le espressioni artistiche di cinque continenti costruiscono un’esperienza estetica intensa che distribuisce in un’articolata geografia di spazi il piacere dello spettacolo per oltre due mesi. Digitalive è un progetto espositivo di ricerca che in questi ultimi anni si è configurato come il vero e proprio cuore tecnologico del Romaeuropa Festival. I linguaggi della creatività digitale, le sue fertili connessioni con le tecnologie più avanzate, le relazioni fra spazio, tecnologia ed arte sono i grandi temi di riflessione di questo progetto aperto in cui arte visiva, arte digitale, performing arts e fotografia, superano i rispettivi confini per fondersi nella dimensione della creazione. 

Questo brevissimo excursus è utile per portare avanti una serie di semplici ma importanti riflessioni.
Tutti questi eventi hanno come scopo, dichiarato o meno, quello di mostrare. Le parole sono qualcosa di estremamente importante e “mostrare” [lat. monstrare] significa letteralmente “presentare ad altri perché vedano”. Ecco il ruolo di questi eventi e dell’arte in generale: rendere manifesto, far presente che le tecnologie esistono e che, lungi dall’essere neutrali, hanno delle conseguenze sulle nostre vite. Di queste conseguenze dobbiamo prenderci cura da tutti i punti di vista, da quello etico a quello politico, da quello ambientale a quello economico; questo implica che la tecnologia esca dai laboratori e diventi oggetto di una riflessione corale, che riguardi non solo gli scienziati, ma anche gli umanisti, gli artisti, i politici, la società civile e i singoli cittadini. 

Se l’arte è la strategia, i festival sono lo strumento per creare attorno all’innovazione tecnologica e scientifica un alone di senso, una nuova “poetica dell’innovazione” che si allontani dall’idea Illuminista di un progresso infinito e consenta la creazione di nuove alleanze tra umani e non umani per “sopravvivere ad un pianeta infetto”.

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