Il live coding è un’arte performativa basata sull’improvvisazione in cui il performer utilizza una tecnica creativa centrata sulla scrittura interattiva di un codice di programmazione. Il codice sorgente viene utilizzato per impartire delle istruzioni in forma di algoritmi al calcolatore. Detta così sembrerebbe una semplice attività di programmazione informatica, ma rispetto a quest’ultima il live coding si differenzia nel fatto di essere svolta di fronte a un pubblico aggiungendo dunque una difficoltà in più: la possibilità di commettere errori che possono essere percepiti dal pubblico e che possono compromettere il risultato finale dell’opera.

Il live coding non è un genere musicale. Sebbene venga impiegato principalmente in musica, non può né essere categorizzato come genere (si possono ottenere risultati differenti dalla musica d’avanguardia sperimentale alla dance music), né si può dire che questo “modo di fare” sia ascrivibile al solo comparto musicale: il live coding viene utilizzato anche nelle visual art e nelle arti performative in generale. Un esempio può essere il lavoro di Kate Sicchio, una coreografa statunitense che utilizza questa tecnica per programmare live delle “periferiche indossabili” che, portate dai danzatori, fanno in modo che essi abbiano delle istruzioni in tempo reale su come svolgere una coreografia.

Nel caso di una performance musicale, il musicista scrive dal vivo il codice sorgente in forma di algoritmi. Questo processo viene spesso reso visibile anche al pubblico mediante l’utilizzo di proiezioni video. Quando l’algoritmo è completo, il performeresegue” il codice che viene decodificato dalla macchina producendo un risultato sonoro, intanto che l’artista lo modifica continuamente per ottenere variazioni sul tema dei risultati musicali.

La performance si trasforma in un dialogo costante tra uomo e macchina in cui il primo non ha mai pieno controllo sul secondo. Il codice sorgente permette al pubblico di vedere non solo il corpo del livecoder, ma anche la sua mente, il processo e le modalità di interpretazione.

Thor Magnusson, uno dei maggiori esponenti del movimento dei livecoder, afferma che il live coding musicale è un’attività di composizione dal vivo; il performer deve acquisire la capacità di tradurre i suoni che ha in testa in linguaggio di programmazione. Quest’ultimo diventa la partitura che l’esecutore (il software in esecuzione sul computer) deve interpretare e “suonare”. Il codice è però una particolare partitura musicale che non solo viene scritta dal vivo, ma ha anche carattere modulare: una struttura non lineare che viene continuamente modificata e trasformata dal performer.

TOPLAP è un’organizzazione fondata nel 2004, per esplorare e promuovere il mondo del live coding. La sua sezione italiana nasce il 23 febbraio 2019, subito dopo un laboratorio tenuto da Alexandra Cardenas, compositrice colombiana con sede a Berlino. I valori fondamentali della community sono quelli del software libero, della condivisione e dell’inclusività: le differenze sono apprezzate, incentivate e non discriminate.

Lo scorso 26 marzo Sónar e On-the-Fly hanno presentato un Algorave: sette artisti hanno partecipato all’evento che ha unito live coding e visual art, che è possibile rivedere integralmente e gratuitamente assieme alle foto scattate da Paula Lienard. Ma cos’è un Algorave? Secondo Alex McLean, colui che l’ha inventata, Algorave è una “parola stupida” coniata nel 2012 per descrivere essenzialmente l’idea di prendere il live coding, quindi usarlo per fare musica dance; in altre parole serve a descrivere persone che “ballano sugli algoritmi”. L’Algorave è un neo-rituale in cui soggetti di varia natura (persone ed algoritmi) dialogano tra loro.

live coding
Algorave, foto di Paula Lienard

L’evento, svoltosi nell’ambito del Sonar+D CCCB 2020, è stato accompagnato da un workshop tenuto da Lina Bautista (Linalab), musicista ed artista che combina sintetizzatori modulari, elettronica fai-da-te e computer per fare musica allo scopo di incoraggiare l’avvicinarsi di nuovo pubblico alle moderne tecnologie del suono. Anche il workshop è visibile in versione integrale e gratuita.
Contrariamente a quanto si possa pensare, non è necessario sapere come programmare per utilizzare strumenti progettati per eseguire una performance di live coding. Uno dei linguaggi più utilizzati in questo ambito è Tidal Cycles – opera del già citato Alex McLean –, un programma open source che permette di creare e modificare pattern musicali con pochissime righe di codice. Durante il workshop sono state spiegate le basi di questo programma nella sua versione “mini” utilizzabile direttamente su un sito Web; essa consente di giocare in modo collaborativo grazie anche ad una piattaforma chiamata Estuary.

Il live coding può essere considerato esempio di un “nuovo modo di fare arte”, in cui uomo e tecnologia si combinano nell’atto della creazione e della performance. Restano degli interrogativi: cos’è davvero l’arte? In questo processo creativo ibrido chi è l’autore? Possiamo ancora innestare un ragionamento su queste categorie? Si può, senza dubbio, cominciare ragionare su una democratizzazione tanto dell’arte quanto della tecnologia stessa attraverso gli innumerevoli strumenti offerti dalla scienza; si possono allargare gli orizzonti e superare i rigidi confini per ri-definire una realtà ed una società “aumentate”.

Fonti e approfondimenti: Musica Elettronica.it

 

 

 

 

 

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