Quando mi sono iscritta alla Summer School di Societing 4.0, non mi sono resa subito conto di quello che avrei incontrato. Nonostante ciò, quello che mi ha conquistata fin da subito è stato l’aspetto dei dati e della Next Generation EU, molto affini ai temi di cui mi sto occupando negli ultimi mesi con grande passione, mentre l’aspetto della dieta mediterranea per me era abbastanza sconosciuto. A chi mi chiedeva di cosa avremmo parlato, prima della partenza, rispondevo di non saperlo con esattezza, e proprio per questo ero curiosa di scoprire qualcosa di nuovo ed esterno alla mia zona di comfort. Non pensavo che in così poco tempo avrei potuto connettere in maniera unica alcuni concetti noti con parecchi inediti e appresi in maniera diretta sul campo e questo è sicuramente uno degli aspetti più arricchenti dell’esperienza, ma ci tengo ad essere più specifica e condividere con chi avrà voglia di intraprendere questa lettura alcune riflessioni personali e collettive.

Il primo nucleo di riflessioni ruota attorno al motto che il Professor Giordano ha condiviso fin da subito: “valorizzare il conflitto”, che significa abbracciare la complessità e la compresenza non solo di opposti apparentemente inconciliabili ma anche e soprattutto di tecniche, metodi e scale differenti per perseguire obiettivi comuni. 

Questo concetto è stato reso evidente soprattutto nella costruzione del programma, ricco di livelli di lettura: ogni giorno ci allontanavamo progressivamente di più dall’albergo, che costituiva per noi la “casa” provvisoria e il momento di riposo, ma allo stesso tempo ci avvicinavamo progressivamente a qualcosa di meno evidente, che è il senso di comunità, su cui tornerò dopo.I tre mondi, con diverse forme e dimensioni, in realtà avevano più da spartire di quanto potesse essere compreso a prima vista. In modi diversi, le tre realtà contribuivano ad uno sviluppo locale e ad un’idea di sostenibilità che fosse rispettosa del presente per garantire il futuro.

L’azienda parlava di un attaccamento alla terra inteso come senso di appartenenza ad un luogo fisico e culturale che aveva molto da offrire a livello economico e turistico, che andava preservato e curato per le generazioni a venire. La cooperativa intendeva la terra come elemento non regolamentato e quindi abusato, avvelenato e consumato a piacimento, appellandosi alle nuove generazioni per colmare questi vuoti legislativi così dannosi. La comunità era un tutt’uno con la terra, in simbiosi sia materiale che immateriale: la terra dà il grano, ma la terra è anche la casa e l’insieme di case che costituisce la realtà culturale in cui i giovani sono i primi depositari della tradizione. Era come se ci allontanassimo dagli approcci verticali, avvicinandoci ad un livello di condivisione più autentico e disinteressato.Una domanda poi è stata lanciata durante il momento di riflessione collettiva a chiusura dell’esperienza: “quale modello esportereste?”

Da studentessa di sviluppo locale, ho colto una provocazione, una domanda-trabocchetto. “Nessun modello può essere esportato. Ciascuno funziona, con le proprie difficoltà, in quel preciso contesto, con quelle precise caratteristiche, solo nel luogo in cui è nato. Non esiste copia-incolla nello sviluppo locale” fu il succo della mia risposta. Inoltre, ciascuno dei tre paradigmi, come accennavo, ha un insieme di similitudini, che si riscontrano nell’applicazione dei concetti di sostenibilità che ciascuna delle realtà declina sul proprio territorio. Infatti, queste declinazioni non possono essere interscambiate a scatola chiusa: l’azienda non può adottare fedelmente la sostenibilità praticata dalla comunità e viceversa. Questo è un modo, forse ovvio, di comprendere ed abbracciare la complessità, senza volerla ridurre o risolvere.

Il secondo nucleo di riflessioni sono quelle attorno alla dieta, in maniera più specifica. Qualcosa che non avevo considerato prima, era l’idea di dieta mediterranea non solo come piramide alimentare per un’alimentazione sana e nutriente, ma di dieta come insieme di abitudini che riguarda il cibo. Questo è stato il senso più intimo della denominazione della Summer School, da quanto ho potuto cogliere da profana. Dieta infatti è comunità, scambio, diversità come ricchezza. Quello che non avevo mai considerato così approfonditamente prima è che un territorio morfologicamente così vario come quello del Cilento abbia un’ancor più vasta varietà di prodotti unici e tipici e che solo attraverso l’interscambio di questa ricchezza si potessero preservare le comunità più isolate.
In questo senso, non ho potuto non considerare quanto questo sistema economico e sociale abbia permesso la salute delle comunità locali, a differenza di quello che racconta la storia della mia terra, il Polesine, dove per secoli le fasce più povere della popolazione soffriva di pellagra. Le terre della Pianura Padana hanno ridotto progressivamente la propria biodiversità in favore di monoculture per sostentare l’allevamento. “Campi de formentón”, si dice dalle mie parti, ovvero campi di granturco. Questo è quello che si scorge, in maniera quasi totale, a livello paesaggistico. I contadini venivano pagati così poco da potersi permettere solo polenta di mais, creando quindi scompensi vitaminici, in particolare la vitamina B, che causava gravi problemi cutanei diffusi, aprendo ferite soggette ad infezioni e malattie. Questo sistema economico era (ed è tuttora) basato sullo sfruttamento delle persone e delle terre, dove la ricchezza ricercata è sempre stata quella monetaria ed individuale. Per quanto riguarda il cibo in maniera esatta, tornata a casa ho raccontato ai parenti curiosi che gli stessi pasti che abbiamo consumato rappresentavano sfaccettature differenti del concetto di dieta mediterranea: se il primo pranzo, presso l’azienda era una vera e propria festa, come un pranzo di matrimonio o di battesimo, il secondo somigliava maggiormente ad un pranzo domenicale dai parenti. Il terzo giorno, infine, abbiamo mangiato come se fosse un giorno qualsiasi in una famiglia non particolarmente abbiente, tanto da scatenare alcuni commenti non festosi fra i partecipanti, che hanno accusato di non aver mangiato benissimo. Ma proprio in questo pasto più povero ed essenziale, ho compreso al meglio cosa si intende per dieta mediterranea “originaria”, quella davvero fedele alla piramide alimentare che abbiamo rivisto anche al Museo della Dieta Mediterranea: infatti, tutto il pasto si è basato sulle verdure e sui cereali, i due scaglioni alla base della piramide. Il terzo giorno, pertanto, è risuonato come un promemoria a non scambiare la dieta mediterranea con un inno alla costante sovrabbondanza di cibi squisiti ma non esattamente salubri: in una terra dove gli ortaggi hanno sapori più intensi e più dolci, perché identificare il buon cibo solo con quello molto elaborato?

Sempre nel concetto di dieta si inseriscono le riflessioni sulle reti e sul senso di comunità che ha sempre ruotato attorno al cibo. Oltre agli aspetti presentati durante i momenti a programma, un paio di esperienze mi hanno colpita per la loro unicità e, forse, irripetibilità in altri territori, specie quelli sopra al Po. L’ultima sera, con le mie due compagne di corso, abbiamo assistito ad una scena particolarmente insolita: due di noi avevano acquistato un dolce e l’altra si stava informando presso il locale di fronte per mangiare qualcosa di salato. I due esercizi ci hanno assicurato che potevamo sederci tutte insieme presso uno dei due e che ci avrebbero battuto un conto unico da uno dei due esercizi, per non recarci disturbo.

La gentilezza e la naturalezza con cui il tutto è avvenuto mi ha fatto pensare che non sia solo cura del cliente e tipica ospitalità mediterranea, ma che ci fosse un riconoscimento del valore sociale che il cibo aveva in quel momento, ovvero un momento di convivialità, di buonumore e di benessere e non la mera erogazione di un servizio.

La cura della persona che si relaziona ad un produttore, ad un gusto, ad un territorio attraverso il cibo che questo produce è sicuramente un modo di riconoscere il cibo come molto più di prodotto da vendere, ma di mezzo di diffusione di cultura, di socialità, di relazione. Proprio come la signora Delia ha trasmesso ad Ancel Keys e alla sua famiglia, la dieta non è un regime alimentare restrittivo, ma la creazione di relazioni fra l’uomo e l’uomo e l’uomo e la terra.

Da questa Summer School mi sono riportata a casa molto più di quanto non avessi anticipato, mi sono portata nuove relazioni, nuove idee, nuove conoscenze ma anche e soprattutto un senso di appartenenza verso qualcosa di bello, autentico e ricco.

Questo è stato possibile grazie alle mille conversazioni con i partecipanti e con i presenti, attraverso l’entusiasmo di ciascuno, attraverso bellissimi scambi di emozioni, sentimenti e timori raccontati sotto il sole cocente, alla luce degli schermi dei portatili durante i lavori di gruppo, al lume dell’alba in compagnia di un buon bicchiere di vino, al profumo della colazione, all’ombra degli ulivi e al profumo del grano.

Grazie, Societing 4.0 e a presto! Se promessa o minaccia lo lascio a vostra discrezione.

Chiara Bordon

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