Può un organismo vivente non umano portare in sé il richiamo nostalgico della memoria di un essere umano? Questa è la domanda che domina l’opera di Margherita Pevere, artista e ricercatrice che ha realizzato “Semina Aeternitatis”, installazione esibita alla mostra “Experiment Zukunft” nella città tedesca di Rostock.

L’opera rappresenta letteralmente l’iscrizione di un ricordo della memoria umana sull’informazione genetica, e quindi nel DNA, di un organismo non umano, attraverso particolari processi biotecnologici. Il corpo ibrido che ne deriva, il suo “umido” divenire, potrebbe rappresentare un aiuto alla comprensione delle complesse relazioni che uniscono noi esseri umani agli altri organismi viventi?

Quello che possiamo dire è che quest’opera rappresenta di certo il punto da cui far partire una serie di interrogativi che muovono le più profonde riflessioni sul rapporto ecologico tra esseri umani, batteri, piante e non solo, anche tra le persone e il loro tempo, i loro ricordi, come entità che diventano addirittura tangibili.

Semina Aeternitatis
margheritapevere.com

Per capire meglio questa premessa è bene raccontare l’esecuzione dell’opera. Il progetto “Semina Aeternitatis” nasce da un processo di ricerca transdisciplinare. Insieme alla bioscienziata Mirela Alistar e al Laboratorio IEGT di Rostock, l’artista Margherita Pevere ha convertito in codice genetico il ricordo della memoria di una donna di Rostock, attraverso complessi processi che comprendono l’informatica e l’ingegneria genetica. Nello specifico il ricordo è stato codificato in una stringa di nucleotidi, vale a dire che quel codice è stato sintetizzato in un plasmide, ovvero una molecola di DNA circolare (aggiungendo enzimi di restrizione e geni della spina dorsale). Dopo aver eseguito oltre 20 bioprotocolli in laboratorio, Margherita Pevere e Mirela Alistar hanno inserito la molecola plasmide nelle cellule di alcuni batteri mediante una procedura di elettroporazione. Dunque, in seguito a queste particolari operazioni biotecnologiche appena descritte, i batteri hanno immagazzinato la memoria transitoria della donna nel proprio corpo. Di fatto incorporano quel ricordo.

Semina Aeternitatis
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Le colonie di batteri create in laboratorio sono state ulteriormente coltivate e a distanza di alcune settimane si è ottenuto il grande biofilm visibile nell’installazione. Prima di lasciare il laboratorio e di essere esposto, il biofilm è stato sottoposto a sterilizzazione per prevenire la contaminazione dell’ambiente con i batteri geneticamente modificati ma nonostante ciò conserva intatta la memoria della donna nel suo plasmide.

Il DNA è infatti un materiale estremamente compatto e straordinariamente resistente, per cui è interessante sapere che le informazioni memorizzate al suo interno potranno essere leggibili anche tra secoli. Va precisato che su questa questione specifica sono in corso delle ricerche, di notevole interesse, proprio sulle possibili applicazioni per l’archiviazione di dati di lunga durata sul DNA in un corpo vivente, proprio perché quest’ultimo aspetto espone il tutto a una probabile caducità.

Semina Aeternitatis
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Un altro elemento affascinante da notare nell’opera è come il biofilm esposto alla mostra, abbia una certa somiglianza visiva e tattile con la pelle umana e con la materia corporea in generale.

Ma qual è il ricordo della donna conservato nell’opera “Semina Aeternitatis”?

Il racconto è quello di un episodio importante dell’infanzia della donna: la prima volta che è stata rimandata a casa da sola, in sella a un cavallo da soma, all’età di cinque anni. Quella cavalcata, inizialmente piena di timori, si è rivelata per lei un’esperienza importante di vita. Questo ricordo è stato condiviso per la prima volta in assoluto dalla donna di Rostock, ormai ottantenne, proprio con l’artista, decenni dopo l’episodio.

Semina Aeternitatis
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Il titolo latino del progetto evoca la terminologia religiosa della tradizione cristiana e letteralmente significa “i semi dell’eternità”. È come se si affrontasse l’idea di una vita eterna da una visione del mondo antropocentrica. Dunque gli esseri umani dovrebbero essere eterni? Siamo effettivamente destinati all’eternità? Possono le nostre storie, i nostri ricordi individuali sopravviverci concretamente e renderci immortali? E ciò può avvenire solo grazie a una relazione ecosistemica fra gli organismi?

Quei batteri trasformati in laboratorio e diventati praticamente una scultura – “Semina Aeternitatis”- contengono miliardi di copie di storie originali che le persone presenti alla mostra possono vedere, toccare, persino annusare e gustare. Praticamente questo progetto è come se rappresentasse un primo passo verso un futuro in cui la relazione con il nostro passato può andare oltre le parole e assumere addirittura la forma di un’interfaccia fisica di interazione con i dati biologici che coinvolge tutti i sensi; un formato tangibile.

Lungi dall’essere una mera celebrazione della biotecnologia o il suo totale disconoscimento, “Semina Aeternitatis” suggerisce nuovi paradigmi per navigare criticamente nella crescente tensione ecologica dell’oggi e nei complessi fenomeni globali.

Il lavoro fa parte del progetto di ricerca di Margherita Pevere presso la Aalto University di Helsinki.

 

 

Fonte: www.margheritapevere.com/artwork/seminaaeternitatis/

 

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