Il nostro direttore scientifico, Alex Giordano, ha raccontato il suo ultimo libro dal titolo Societing 4.0 – Oltre il marketing. Una via mediterranea per la trasformazione digitale al tempo della pandemia, in un’intervista per Vita.it.

Questa lunga intervista cn Anna Spena di Vita.it è stata l’occasione per parlare del pamphlet Societing 4.0 (edito da Egea) e per presentare i tratti essenziali del Societing 4.0 un’idea di modello di sviluppo all’interno di un diverso paradigma che stiamo studiando e sperimentando e che ci interessa sempre aprire alla discussione.

In questo modello portiamo uno sguardo “dal Sud”: come diciamo nel libro “vogliamo guardare dal Sud (e non al Sud come si è soliti fare da decenni nei dibattiti sulla questione meridionale) per tentare di sorpassare a Sud il più moderno dei modelli di sviluppo attuale cioè l’Industria 4.0”.

Negli ormai dieci anni di ricerche che abbiamo condotto nel Sud, in particolare in quello rurale, abbiamo trovato molti aspetti problematici e indesiderabili ma ci è parso anche di aver trovato molti aspetti che, proprio perché sono sopravvissuti a tentativi di modernizzazione, possono essere capitalizzati nel tentativo di immaginare un altro modello: la natura ancora di piccola scala della gran parte del tessuto industriale e agricolo, anzi industrioso più che industriale come ci insegna il nostro Adam Arvidsson; la persistenza di tradizioni pre-moderne, nella forma di un’antica civiltà contadina ancora rimasta viva in certi contesti e che adesso viene riscoperta come fonte di saperi che possono informare un modello agricolo diverso; la persistenza di un ricco tessuto relazionale che alimenta il sapersi arrangiare, un making do (per usare il titolo della splendida etnografia della scena neomelodica napoletana ad opera dell’antropologo statunitense Jason Pine); e soprattutto la persistenza di una diversità, sociale, culturale ed ecologica, che potrebbe alimentare una nuova antifragilità.

A costo di essere di moda e di fare tendenza, stiamo cercando una via alternativa con uno sguardo, fondamentalmente moderno, che si vuole riprendere anche i lasciti vivi delle tradizioni. Gli elementi residui del Sud, insieme alle tecnologie e ai modelli organizzativi più avanzati, possono puntare non verso il passato ma verso una modernità diversa.

L’esperienza di conoscenza, crescita e frequentazione realizzata in questi anni sul campo ci rafforza nell’idea che la creazione di ponti tra tradizione, innovazione, discipline, saperi, attori sia la via adeguata all’ideazione di percorsi e soluzioni non convenzionali e più sostenibili. Ci sono saperi, infatti, che partono da pratiche che sono strumenti conoscitivi solidi e non sono solo folklore o superstizione; sono conoscenze che hanno carattere scientifico (sono arrivati sino a noi perché da sempre sono stati frutto di una continua  prova e riprova). L’azione collettiva, fatta attraverso lo sviluppo delle reti, può attivare l’intelligenza collettiva che co-generi idee nuove, soluzioni diverse e occasioni diffuse.

Convinti che “Il progresso altro non è che il farsi storia delle utopie” (Oscar Wilde), ci stiamo immaginando un modello mediterraneo di innovazione che prende ispirazione dalle caratteristiche storiche, geografiche e simboliche del Mediterraneo.

Ma è un gioco, un gioco serio che punta soprattutto a cambiare la prospettiva con la quale ci poniamo domande e giammai alla presunzione di voler dare risposte.

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