Italia 2020: idee di futuro ne abbiamo? Questa era stata la chiusura della nostra strenna natalizia a cavallo tra il 2019 e il 2020.

Pazzesco riprendere questo “oggetto” a distanza di un anno (l’abbiamo chiuso il 23 dicembre 2019). Riguardandoli oggi, ci sembra che questo insieme di articoli vada riletto a partire dal secondo gruppo, cioè da quelli che pubblicammo nelle rassegne di RuralHack.

Inutile dire che procedendo alla selezione degli articoli per la strenna e scrivendo i commenti che accompagnano gli articoli, non avevamo immaginato cosa sarebbe successo di lì a pochi mesi. Tuttavia, evidenziando i risultati degli studi della FAO sulla preoccupante riduzione della biodiversità e sull’inquinamento dei suoli, avevamo già chiaro di essere nei guai a causa degli impatti ambientali estremamente negativi da parte di un sistema in cui “poche gigantesche multinazionali, controllano più della metà del mercato trasformando il modo in cui funziona il commercio internazionale: decidono cosa si dovrà coltivare e orientano le nostre abitudini alimentari”.

Avevamo fatto riferimento alla problematicità di un mondo profondamente ineguale, dove 2 miliardi di persone sono sovrappeso e 850 milioni sono denutriti e avevamo aperto alla possibilità che robot, droni, app, sensori, ecc. possano cambiare il modo di “fare il contadino” e generando effetti positivi sull’ambiente, consentendo la riduzione di pesticidi, fertilizzanti e acqua, consapevoli che la rivoluzione nelle campagne deve partire dalle città: due terzi del cibo prodotto nel mondo si consumano nelle aree urbane e sono questi consumatori i primi a subire i danni di un sistema agro-alimentare che ogni anno causa milioni di morti per obesità e denutrizione.

Il Covid è arrivato a confermarci che non abbiamo alternative: la nostra sopravvivenza e la nostra salute derivano da un ambiente più salubre e da cibo più qualitativo. Gli scienziati, infatti, ci stanno dicendo che un corpo più sano ha una capacità di reazione migliore agli attacchi di virus e batteri ai quali, in realtà, dovremmo essere abituati e che invece ci hanno colto profondamente sguarniti di risposte. Stiamo vivendo un anno completamento fuori da un’idea collettiva di “normalità”, distanti, chiusi nelle nostre case, ridotti a una limitatissima (e consumistica) socialità. L’impatto sociale (ed economico) del virus è, a livello planetario, una rivoluzione non prevista (seppure prevedibile).

Oggi, faccia a faccia con il Covid-19, sappiamo che il tema della biodiversità, del suolo, della qualità dell’aria, della salubrità del cibo e dell’acqua hanno profondamente a che fare con il nostro benessere.

Ecco quindi che di fronte alla domanda che ci eravamo fatti chiudendo il nostro commento dedicato agli articoli pubblicati nel corso del 2019 nella rassegna di RuralHack ora abbiamo una bella e chiara risposta: “C’era una volta, un anno che diede il via ad una trasformazione possibile… Chissà se potremo un giorno raccontarcela così”, avevamo scritto, e ora -addrizzando idealmente lo sguardo per compiere i prossimi passi in avanti- sappiamo che la risposta è, senza dubbio alcuno, sì! Il 2020 è stato un anno che ha dato il via ad una trasformazione inevitabile. E quelle indicate sopra (legate ai nostri bisogni essenziali) sono le priorità.

Invece riguardando articoli e commenti dedicati ai temi economici, raccolti nella terza parte del documento, avevamo individuato alcune tendenze che il 2020 ha fatto letteralmente  esplodere a partire dalla distanza del sistema produttivo e delle tecnologie con un elemento ulteriormente critico dato dalle scarse competenze digitali diffuse e acquisite sia dai lavoratori che dal sistema scolastico. Il Covid ha messo il dito nella piaga: le imprese e, in generale, i sistemi organizzativi e produttivi si sono dovuti rapidamente adattare a forme di lavoro a distanza -se e dove possibile- e allo stesso modo la scuola e il sistema universitario. Questa accelerazione ha chiaramente evidenziato la carenza di sistemi e piattaforme e la difficoltà ad affrontare forme di lavoro e apprendimento non tradizionali (smartworking e DAD sono tra le parole più pronunciate nel 2020).

Contemporaneamente le big tech della Silicon Valley sono esplose. Federico Rampini in Viaggio nella Silicon Valley più forte del virus: Vince chi investe (in Repubblica, 06/25/2020) scriveva: “Se ai tre colossi locali di Big Tech (Alphabet-Google, Apple, Facebook) si aggiungono le cugine della West Coast settentrionale (Amazon e Microsoft) si ha il perimetro geo-economico del nuovo capitalismo trionfante rafforzato da questa crisi. Amazon ha segnato +50% di valore azionario e ha assunto 175.000 nuovi dipendenti in due mesi. Insieme questi giganti digitali hanno un tesoro da oltre mezzo trilione, per la precisione 550 miliardi di cash, che spendono in una folle corsa alle nuove acquisizioni mondiali, dall’India all’Africa (Facebook sta circondando il continente nero di fibre ottiche), dal cloud computing all’intelligenza artificiale, più biotecnologie e ricerca medica… Non ci sono solo i magnifici cinque, i big dell’oligopolio digitale. La Silicon Valley pullula di storie di successo minori”, fondamentali per capire la sua nuova ricchezza. A San Jose c’è la Zoom fondata dal cinese Eric Yuan, la più popolare fra le piattaforme digitali per videoconferenze, plebiscitata dalle aziende e dalle università per l’insegnamento a distanza. A Newark (Alameda) c’è la Logitech già presieduta dall’italiano Guerrino de Luca, che ha visto esplodere nel mondo la domanda per le sue web-cam multiuso: tutti vogliono video di qualità per lo smart working. La Netflix di Los Gatos ha tratto il massimo beneficio dalla chiusura dei cinema; si fa fatica a ricordare che questa regina mondiale del videostreaming, oggi attivissima nella produzione di film e serie tv, fu sull’orlo del fallimento quando spediva dvd a domicilio agli abbonati. Cento giorni di lockdown, smart working, corsi scolastici online, spesa a distanza, hanno ingigantito i bisogni collettivi di tecnologie che la Silicon Valley aveva già pronte. […]”.

Avevamo proprio parlato di Amazon che ad aprile 2019 aveva capitalizzato un totale di 12mila PMI italiane in vetrina. Avevamo scritto: “con un aumento del giro d’affari di questo nuovo canale dell’export ancora non molto battuto dalle nostre imprese – spesso restie ad affacciarsi al mondo dell’e-commerce – che solo per Amazon ha raggiunto la cifra tonda di 500milioni e che fa presagire la possibilità di superare il miliardo di euro di beni italiani esportati nel mondo entro il 2020.

Leggiamo in un articolo di novembre 2020 del Sole 24ORE che “le Pmi che vendono sugli store di Amazon, da giugno 2019 a maggio 2020 (compreso il periodo del primo lockdown) hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuna ed hanno venduto in media più di 100 prodotti al minuto. Si tratta delle 14.000 Pmi italiane che vendono su Amazon e che nel 2019 hanno registrato vendite all’estero per più di 500 milioni. Di queste, circa 600 hanno superato 1 milione di dollari di vendite complessive (in Italia e all’estero). Fino ad oggi, gli impatti positivi registrati hanno permesso alle Pmi di creare oltre 25.000 posti di lavoro .”

È di qualche giorni fa la notizia che Jeff Bezos, fondatore di Amazon, rimane in sella alla top ten dei più ricchi del mondo, pur essendo sceso al secondo posto, superato dal Elon Musk (anche se Forbes non è d’accordo). Al solito, nella classifica dei Paperoni della terra si trovano i fondatori degli unicorni che stanno sconvolgendo gli equilibri internazionali, tanto da decidere che il presidente degli Stati Uniti (uscente, a quanto pare) è un pericolo per la sicurezza nazionale e non ha più diritto di parola.

E chi se lo aspettava? L’apertura del 2021 ci ha lasciati di stucco. Centinaia (migliaia?) di sostenitori di Donald Trump il 6 gennaio hanno assalito il Campidoglio, interrompendo i lavori del Congresso americano che avrebbe dovuto confermare l’elezione di Biden, convinti che le elezioni siano state ‘rubate’ in modo fraudolento. Quindi ricapitoliamo: centinaia di persone hanno fatto irruzione in Campidoglio mentre era in corso la ratifica dell’elezione di Joe Biden, e l’assedio è durato cinque ore.

Una delle conseguenze di questo fatto è ancora più inattesa: Twitter, Facebook e YouTube sono intervenuti sui contenuti pubblicati da Donald Trump, eliminandoli e bloccando gli account per impedire che il presidente statunitense in carica alimentasse l’odio nei suoi sostenitori che stavano invadendo le sale del Campidoglio. Trump aveva raggiunto 88 milioni di follower su Twitter e lui stesso aveva sostenuto che grazie a Twitter aveva vinto le elezioni.

E anche su questo fatto incredibile avevamo già aperto, in tempi non sospetti, una riflessione alla quale oggi ci possiamo riagganciare. Citando Luciano Floridi dicevamo: “abbiamo bisogno di una rinnovata consapevolezza umanistica che rimette al centro un tema-chiave del vivere sociale: libertà di espressione e privacy. A partire dall’evidenza del fatto che Internet è diventato l’ecosistema dell’informazione (dice Luciano Floridi), i valori etici da discutere sono quelli che si affermano nel momento in cui si disegnano le strutture fondamentali, così che l’etica diventa la cura dell’ecosistema”.

Proprio in quel commento riperdevamo anche le parole scritte da Mark Zuckerberg in una lettera aperta pubblicata su La Repubblica. Scrivevamo: “In una fase di attacco pesante fatto dall’Europa al sistema Facebook, il fondatore del rivoluzionario social network fa gli auguri al suo ragazzo (15 anni!), spiegando agli italiani i tratti della sua natura apparentemente intemperante. Come a dirci: non abbiate paura, in fondo è solo un (bravo) ragazzo!”.

E poi sottolineavamo alcune delle frasi che erano state scritte da Zuckerberg per presentare il modello di business di Facebook: ..al servizio di tutti..”; ..i nostri servizi consentono alle persone di avere pieno controllo sulle informazioni..”; i nostri strumenti per la trasparenza..”; noi ci concentriamo sull’aiutare le persone a condividere e a connettersi..”; ..raccogliamo informazioni per scopi pubblicitari che servono per lo più per sicurezza..”; ..quando si parla di dati i principi più importanti sono trasparenza, scelta e controllo..”; i nostri servizi servono alle pmi per creare milioni di posti di lavoro..”; per noi la tecnologia rappresenta la possibilità di mettere il potere nelle mani di quante più persone possibile..”.

Ora, più che mai, è chiaro che la platform economy è di sicuro un fatto rilevante dal punto di vista economico, è di certo un discorso enorme dal punto di vista sociale ed è evidentemente anche una gigantesca questione (oggi particolarmente spinosa) politica.

Il digitale, gli algoritmi, i dati (ora è sotto gli occhi di tutti) non sono cose che hanno a che fare con informatica, computer e tecnologie ma impattano inesorabilmente sulle nostre vite, sui nostri desideri, sulla nostra libertà.

Il Covid ha accelerato molte delle risposte agli interrogativi con i quali avevamo aperto il 2020. Ci siamo trovati di fronte all’ineluttabile e ora che “domani è già qui” abbiamo di fronte grandi possibilità di cambiamento (anche grazie all’arrivo di tantissime risorse), tutte nella direzione di una migliore qualità della vita per tutti. Sembra che l’unico problema diffuso sia crederci e riuscire a trovare il modo per non farsi risucchiare dalla logica binaria 1/0, pro/contro…

Non è di discorsi polarizzati da ultras che abbiamo bisogno ma di una nuova poetica della complessità.

Buon anno nuovo 😉

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