Esprimere la propria opinione e lottare per far valere diritti che spesso vengono calpestati o dimenticati non dovrebbe essere fonte di licenziamento. Tuttavia, questo è quello che è successo a Timnit Gebru, co-responsabile del team “Ethical AI di Google”, la quale tramite un post su Twitter afferma di essersi vista “accettare le dimissioni” dalla grande multinazionale Google, senza mai aver espresso il desiderio di lasciare la posizione in maniera immediata.

Fonte: Facebook

“A quanto pare il manager del mio manager ha inviato un’e-mail ai miei rapporti diretti dicendo che aveva accettato le mie dimissioni. Non mi sono dimessa. […] Ma immagino che abbia deciso per me”.

Queste le parole della rinomata scienziata, un tweet che ha generato un’onda d’urto di proporzioni gigantesche, al punto che più di 1.200 dipendenti di Google e 1.500 ricercatori accademici stanno attualmente protestando per il licenziamento Gebru, colpevole semplicemente di aver “discusso” con il proprio supervisore i risultati di una ricerca a cui stava collaborando.

Come forma di supporto nei confronti della propria collega, i professionisti impegnati nella protesta contro Google, hanno redatto una lettera da indirizzare alla multinazionale in cui millantano l’atteggiamento scorretto nei confronti della dottoressa Gebru, attraverso questa dichiarazione: “Invece di essere accolta da Google come una collaboratrice eccezionalmente talentuosa e prolifica, la dottoressa Gebru ha dovuto affrontare la difesa, il razzismo, il gaslighting, la censura della ricerca e ora una rappresaglia e ancora “La risoluzione è un atto di ritorsione contro la dottoressa Gebru e annuncia un pericolo per le persone che lavorano per un’intelligenza artificiale etica e giusta, in particolare le persone di colore, attraverso Google”. Concludendo che questo tipo di rappresaglia nei confronti della Gebru ha gettato una luce completamente nuova e oscura sulla realtà della multinazionale, dove “…lintegrità della ricercasecondo i collaboratori– non può più essere data per scontata nell’ambiente di ricerca aziendale di Google […] Questo è anche un momento di resa dei conti al di là di Google”.

L’evento ha dato origine a una vera e propria campagna di supporto, dall’hashtag #ISupportTimnit, portata avanti dagli scienziati e dalle scienziate per dimostrare la propria solidarietà nei confronti della collega licenziata ingiustamente. Gebru -vincitrice del premio Venture Beat per le Innovazioni dell’AI nella categoria “AI for Good” – era molto nota nel suo settore, in particolare per il ruolo che svolgeva all’interno della multinazionale. Fino a mercoledì scorso, infatti, era co-responsabile del team impegnato nell’etica dell’Intelligenza Artificiale, e che si occupa di studiare e migliorare le implicazioni tecnologiche, alla luce del rispetto di norme etiche e sociali. Laureata in Computer Vision presso la Stanford Artificial Intelligence Laboratory, è co-fondatrice dell’associazione no-profit “Black in AI”, che si occupa invece di promuovere l’inclusione di persone di colore nel settore dell’Intelligenza Artificiale e in ruoli di leadership. Inoltre, ha ottenuto un grandissimo successo dopo aver pubblicato uno studio, nel 2018, in cui evidenziava la presenza di pregiudizi razziali nei sistemi di riconoscimento facciale di alcuni software e sottolineava come tali processi presentassero tassi di errore più elevati nel riconoscimento di persone dalla pelle più scura.

A partire dal mese scorso, tuttavia, come si diceva, la stessa scienziata si è ritrovata coinvolta all’interno di una disputa che ha portato al suo conseguente licenziamento, appena la settimana scorsa. Nei giorni passati, infatti, Gebru aveva lavorato a un articolo che rilevava i bias presenti in alcuni software responsabili per l’analisi di enormi database linguistici. La critica mossa dalla scienziata riguardava la necessità di evitare che tali software inasprissero pregiudizi storici di genere e usassero un linguaggio offensivo nei propri elaborati. In seguito a tali considerazioni, il suo manager le aveva “caldamente consigliato” di rimuovere alcuni dati sensibili presenti all’interno del suo articolo.

Gebru si è rifiutata e si è offerta di eliminare il proprio nome dall’articolo in cambio di un confronto col proprio manager sul modo corretto di gestire questioni etiche di questo tipo in futuro. Ha poi affermato che se l’azienda si fosse rifiutata, sarebbe andata via in un secondo momento. Google non solo ha rifiutato il confronto, ma ha poi diffuso una comunicazione interna ai suoi dipendenti in cui affermava di aver accettato le dimissioni di Gebru. Dimissioni che lei non aveva mai dato, come ha specificato in un’intervista a Wired, secondo il “The Guardian”.

Altri casi oltre la Gebru

L’evento si è verificato appena un anno dopo lo scandalo dell’allontanamento di Meredith Whittaker, la program manager di Google che si era dimessa pubblicamente dal suo ruolo a causa di rivalse che l’azienda aveva adottato nei suoi confronti e nei riguardi di alcuni suoi colleghi. Il motivo? Aver aiutato a organizzare alcuni scioperi di dipendenti. La Whittaker infatti non solo si era opposta alla decisione di Google di voler usare l’AI per la creazione di droni a scopo militare, ma in seguito aveva anche scioperato per opporsi alle dinamiche aziendali adottate da Google nei confronti dei dipendenti che subivano molestie sessuali. L’arbitrato forzato immesso da Google -contro cui la program manager ha guidato lo sciopero- prevedeva infatti che i dipendenti rinunciassero ai propri diritti per poter presentare un ricorso legale per molestie.

Insomma, manifestazioni del tutto legali e in linea con i diritti di un qualsiasi lavoratore tipo, ma che a quanto pare non sono state molto apprezzate dalla multinazionale. “Le ragioni per cui me ne vado non sono un mistero -ha spiegato Meredith Whittaker mettendo fine alla collaborazione con Google- sono impegnata nell’AI Now Institute, nel mio lavoro sull’etica dell’IA e nell’organizzazione di un’industria tecnologica responsabile, ed è chiaro che Google non è un luogo in cui posso continuare questo lavoro “.

E ancora, lo stesso destino è toccato all’ingegner* Kathryn Spiers, che al momento dell’allontanamento (nel dicembre 2019), lavorava da ormai due anni nel dipartimento dedicato alla sicurezza di Chrome. Secondo le dichiarazioni dell’attivista, sarebbe stat* licenziat* per aver creato un sistema di notifiche volte a informare i dipendenti dei loro diritti sul posto di lavoro. Un’azione che l’azienda ha definito come “violazioni intenzionali e spesso ripetute delle nostre politiche di sicurezza dei dati di lunga data “ al pari dell’aver aver “abusato dell’accesso privilegiato per modificare uno strumento di sicurezza interna”. Tuttavia, né Kathryin Spiers, né tantomeno i colleghi licenziati in quelle stesse ore hanno mai fatto trapelare notizie all’esterno.

A questi episodi alquanto discussi, si aggiungono inoltre le migliaia di dipendenti che hanno lasciato il proprio posto di lavoro all’interno della compagnia, in seguito alle ritorsioni messe in atto dall’azienda. Situazioni sgradevoli generate dal semplice fatto di aver partecipato a scioperi che chiedevano un cambio di rotta di Google su alcune questioni globali, quali il cambiamento climatico e il trattamento dei lavoratori.

Insomma, più che responsabili dell’Etica AI, Google necessiterebbe di responsabili per l’etica nella gestione e rispetto dei propri dipendenti.

L’episodio ha mostrato la multinazionale sotto una luce completamente diversa, in particolare se affiancata agli altri casi di licenziamento che hanno coinvolto Google negli ultimi anni. Quello che emerge è un quadro etico scorretto se si pensa che solo pochi giorni fa, il National Labor Relations Board ha denunciato l’azienda per aver licenziato alcuni suoi dipendenti che hanno tentato di organizzare un sindacato per protestare contro le politiche aziendali non in linea con i diritti dei lavoratori.

Ma come risponde Google a queste accuse di licenziamento ingiustificato?

In merito al caso Gebru Timnit, Jeff Dean, a capo dell’unità AI di Google, ha inviato un’e-mail al proprio personale in cui non solo pregava i collaboratori di continuare col proprio lavoro, ma ha anche fornito “spiegazioni” in merito al licenziamento della dottoressa Gebru, affermando che il suo studio non aveva “soddisfatto i nostri standard di pubblicazione”. Posizione che ha ribadito in seguito con una dichiarazione in merito alle cosiddette “dimissioni” di Gebru Timnit, aggiungendo che il documento presentato dalla dottoressa non era esaustivo e non includeva “riferimenti sufficienti agli sforzi compiuti da Google per ridurre gli impatti ambientali dell’informatica o dei suoi tentativi di mitigare i pregiudizi nell’IA”.

Insomma, se da un lato la dottoressa Gebru denuncia un licenziamento ingiustificato, dall’altro Google non concorda con la sua posizione, difendendo fino in fondo le ragioni che hanno portato l’azienda ad accettare le “dimissioni” della scienziata. Una questione, pertanto, ancora aperta e che vedrà l’ultima parola negli avvocati delle due parti.

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