Dal capitalismo delle piattaforme al capitalismo dell’autorealizzazione?

#StopHateforProfit (basta odio per il profitto) è una campagna lanciata dalla National Association for the Advancement of Colored People (Naacp) per boicottare la pubblicità su Facebook. L’accusa è che la piattaforma non faccia abbastanza per limitare i contenuti razzisti e violenti che vengono pubblicati e scambiati al suo interno.

Il fatto è che #StopHateforProfit è diventata una campagna tremendamente virale tanto che hanno aderito marchi molto importanti compreso Coca Cola! E così nel giro di una settimana Facebook perde a Wall Street l’8,3% che equivalgono a circa 7,2 miliardi in meno nelle tasche di Mark Zuckerberg. Un boicottaggio in grande stile e, a quanto pare, senza precedenti.

Una débacle che potrebbe essere l’ennesimo segnale che conferma le riflessioni fatte da Adam Arvdisson nel suo nuovissimo Changemaker? Il futuro industrioso dell’economia digitale dove si costruisce un’ipotesi sul futuro del capitalismo, sulla base del parallelismo con il cambiamento storico che si è determinato a partire dalla crisi del feudalesimo e che ha aperto le porte al capitalismo industriale. L’attuale combinazione di eventi, con una profonda e lunga crisi economica che si innesta in un capitalismo che non è più in grado di rispettare le proprie promesse e una crisi ecologica di dimensioni spropositate, potrebbe trasformare il capitalismo delle piattaforme in un nuovo capitalismo dell’autorealizzazione.

Come ci ricorda Alex Giordano, parlando del nuovo libro di Arvidsson, un fattore-chiave del nuovo capitalismo potrebbe essere proprio quella potente volontà di autorealizzazione imprenditoriale che si configura come un desiderio globale da parte di persone che fuggono da un capitalismo in declino per dedicarsi ad attività imprenditoriali che si combinano con visioni di una società.

Secondo Arvidsson l’economia industriosa, labor intensive and capital poor, che ha sostituito l’economia industriale è divisa in due: “da una parte i lavoratori del sapere, ricchi di idee e immaginazione che tendono a non confrontarsi con la complessità sociale e politica del mondo; dall’altra, la parte più popolare come l’economia pirata che forse è meno ideologica e meno varia, ma è molto più pragmatica ed efficiente nell’andare incontro ai bisogni delle persone”. Ed è proprio da questa combinazione tra la capacità visionaria dei knowledge worker e il pragmatismo dell’economia popolare che potrebbe scaturire un’organizzazione sociale capace di tenere insieme l’efficienza e la creatività che ci servono per affrontare i problemi concreti.

Per parafrasare Alex Giordano: saranno sognatori, visionari e gente che si arrangia a suggerirci come riaccendere il desiderio di sperimentare nuove vie di fuga per superare il fallimento del presente e verso un nuovo capitalismo dell’autorealizzazione?

Lo  staff di Societing4.0

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