“Vince chi investe in futuro”: ma quale futuro?

Il grido di battaglia di Zuckerberg: “nella crisi vince chi investe in futuro” ci riporta al viaggio fatto in questi giorni da Federico Rampini nella Silicon Valley che ci restituisce la netta sensazione che il post Covid sia esattamente ciò che in molti ci siamo augurati non accaddesse ovvero un ritorno secco al pre Covid; mentre, a quanto pare, per le Big Tech è proprio questa la condizione ideale. Dice Rampini: “Se ai tre colossi locali di Big Tech (Alphabet-Google, Apple, Facebook) si aggiungono le cugine della West Coast settentrionale (Amazon e Microsoft) si ha il perimetro geoeconomico del nuovo capitalismo trionfante  rafforzato  da questa  crisi. Amazon ha segnato +50% di valore azionario e ha assunto 175.000 nuovi dipendenti in due mesi.

Insieme questi giganti digitali hanno un tesoro da oltre mezzo trilione, per la precisione 550 miliardi di cash, che spendono in una folle corsa alle nuove acquisizioni mondiali, dall’India all’Africa (Facebook sta circondando il continente nero di fibre ottiche), dal cloud computing all’intelligenza artificiale, più biotecnologie e ricerca medica”. E la geografia di chi vince è completata dalla presenza nella Silicon Valley di altre realtà come Zoom, Logitech e Netflix.

“Cento giorni di lockdown, smartworking, corsi scolastici online, spesa a distanza, hanno ingigantito i bisogni collettivi di tecnologie che la Silicon Valley aveva già pronte. Ora i proprietari incassano”, scrive Rampini.

Proprio di fronte a questa rappresentazione del mondo che legge la vittoria di pochi come l’evoluzione di tutti, ci piace riprendere le profonde riflessioni di Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell’Osservatorio TuttiMedia e Media Duemila, docente al Politecnico di Milano, che ha ricevuto il 18 giugno scorso a New York il premio «The Medium  and the Light Award 2020». De Kerckhove dice: “Viviamo una transizione penosa, come quella medievale che portò alle guerre di religione, ma su scala globale. Tutto ciò nasce dalla rete: senza non ci sarebbero il terrorismo, le fake news, la post-verità. In passato il senso era la componente principale della comunicazione, ma ora non più. Non c’è più l’oggettività, ma un’esplosione dell’io freudiano, la soggettività, gli impulsi”.

Pur avendo una visione positiva del finale (“Non possiamo evitare il controllo sociale generalizzato e avremo il fascismo elettronico. Poi però faremo un nuovo accordo sociale”) De Kerckhove ci riporta ad un punto essenziale: “Viviamo un’assenza di senso generalizzata, che sarà seguita da una repressione molto forte, sul modello cinese”.

E da questa riflessione si apre una domanda necessaria, secondo noi: se vince (solo, a quanto pare) chi investe nel futuro, qual è il futuro che ci aspetta?

Lo staff di Societing4.0

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