“Con il digitale le identità diventano centomila, così come le opportunità e i rischi”, finisce così la riflessione di Barbara Carfagna che ci richiama, appunto, ai rischi che ognuno di noi corre per via delle nostre tante e diverse identità digitali. Questo è uno degli argomenti trattati e studiati presso il nostro Centro Studi di Etnografia Digitale ancora quando poteva sembrare un discorso esoterico. Oggi è un tema di ordinaria amministrazione anzi, meglio, dovrebbe esserlo senza la necessità di passare per una (o più di una) pandemia globale. La questione, infatti, è che la nostra identità digitale è in realtà un insieme di informazioni –che si trasformano in dati- non solo legati al nostro nome e cognome ma relativi ai nostri comportamenti e quindi a un’identità collettiva fatta da come, dove, perché, quando compriamo, frequentiamo le altre persone, andiamo in libreria, al ristorante o al cinema ecc.

Il gioco si fa ancora più difficile perché il digitale rende visibili aspetti della complessità umana che minano l’idea stessa di individuo sulla quale si è basata tutta la modernità. L’essere umano comincia a rivelarsi sempre più come un pluriverso ubiquo. In questa prospettiva anche l’infosfera passa ad essere una nuova sfera pubblica, aumentata non solo dalla complessità della grande mole di dati prodotti, in maniera consapevole e inconsapevole, da corpi, macchine, piante, ma anche dalle stesse moltitudini identitarie che disegnano una nuova esigenza di risignificazione etica e politica.Nell’articolo di Barbara Carfagna si riporta la frase di Lior Tabansky, esperto di cybersecurity dell’Università di Tel Aviv: «I dati aggregati hanno più valore dei dati sensibili personali». Ed è per questo, dunque, che l’interesse delle aziende del tech è ora quello di categorizzare e correlare e non di identificare.

Se tutto questo riguardasse solamente l’uso dei nostri dati per spingerci verso l’acquisto di prodotti, non sarebbe, tutto sommato, una questione gravissima. Diventa grave, invece, quando il set di queste informazioni condiziona, limita o lede i nostri diritti. Si aprono dunque varie questioni che rilanciamo all’attenzione di tutti:

– Come si crea una protezione “di gruppo” che va oltre la protezione individuale?

– Come sono governate le correlazioni che consentono agli algoritmi di tracciarci, definirci, classificarci e che, di conseguenza, supportano certi processi decisionali (offerte di lavoro ben retribuite proposte dall’algoritmo solo a persone in salute per esempio, oppure scelte basate sul colore della pelle o sulle appartenenze religiose)?

– A noi sembra che sia arrivata l’ora di fare qualche riflessione più articolata sulla natura dei dati come “beni comuni” (intesi come beni relazionali e patrimonio collettivo sui quali, come ci ricorda la Treccani, “tutte le specie esercitano un uguale diritto […] e rappresentano uno dei fondamenti del benessere e della ricchezza reale”). Noi ci stiamo lavorando sodo. Voi che ne pensate? Con il nostro lavoro cerchiamo sempre di orientarci a nuove forme di futuro avendo un ruolo attivo nella creazione di comunità capaci di generare apprendimento con il coinvolgimento di attori che vadano oltre i confini dei loro ruoli tradizionali e consolidati. Definiamo il nostro approccio “mediterraneo” -favorendo la formazione e la crescita ecosistemica dei processi di innovazione sociale e tecnologica, sostenendo una diffusa alfabetizzazione a vantaggio di una distribuzione condivisa dei poteri e delle responsabilità delle/nelle comunità, per evitare che intelligenze artificiali -cioè intelligenze che agiscono in autonomia, attraverso le macchine o attraverso dispositivi sociali-economici-tecnici-politici-militari-religiosi, condizionino in modo negativo la vita dell’uomo. I rischi sono alti e, d’altra parte, anche le opportunità.

È il momento di agire.

Alex Giordano

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