Sanificati e tracciati

La nuova normalità è fatta per tutti di mascherine e igienizzanti per le mani. Per entrare in qualunque posto diverso da casa, prima viene provata la temperatura e la parola d’ordine è  sanificare.

Insieme a questo si è diffusa l’idea che saranno le tecnologie a salvarci: braccialetti che vibrano se ci avviciniamo troppo, app per essere tracciati, video camere di sorveglianza, droni che arrivano dall’alto mentre passeggiamo, cani robot che controllano i nostri comportamenti nei parchi…

La paura della pandemia ci ha fatto accettare tecnologie di controllo che, secondo alcuni commentatori, ci avvicinano pericolosamente alla Cina. “Il dibattito su tecnologia e diritti è sempre più simile a quello che si svolge in Cina” dice Simone Pieranni, autore del libro Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina. Ovviamente, dice Pieranni, quelle che si vedono tra Cina e Occidente sono “assonanze” perché le differenze sono ancora enormi. Eppure il coronavirus ci ha fatto concentrare sull’aspetto più critico: le tecnologie di sorveglianza e coercizione. Le tentazione di “fare come la Cina” ci sono (e ci sono state) dichiarando l’utilità di sospendere i diritti fondamentali. Accade, per esempio, in Ungheria ma anche nel nostro Paese misure restrittive della nostra privacy sono state invocate.

Peraltro, a quanto pare, negli unici paesi che hanno lancitato app per il contact tracing –Australia, Singapore e Islanda – per ora l’utilità è praticamente nulla.

La Cina ci ha raccontato che la soluzione tecnologica ha consentito loro di affrontare e risolvere rapidamente la questione Covid-19. In realtà abbiamo capito poi che i numeri del contagio in Cina erano quantomeno sospetti.

Ecco: forse è il caso di guardare alla Cina come lo specchio nel quale riflettere le differenze di un sistema democratico, il nostro, che non può affogare nell’ansia del controllo e legittimare con quest’ansia la progressiva riduzione dei diritti individuali.

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