Andrà tutto … 

In quello stato al riparo dal mondo che è il Vaticano a fine febbraio è stata presentata la Rome Call for AI Ethics, una carta che riconosce la necessità di far evolvere l’intelligenza Artificiale in modo etico, sottoscritta oltre che da Microsoft anche dal Governo italiano, Ibm e Fao. In quella circostanza è uscita un’intervista a Brad Smith, Presidente della Microsoft dal 2015, avvocato e capo della divisione legale della compagnia, che, parlando della raccolta di dati dei cittadini a loro insaputa ha detto: «… Ci sono dei servizi molto usati, nelle mani di poche compagnie, che raccolgono molte informazioni poi usate nella vendita di pubblicità. Pochi giorni fa ad esempio ero a New Orleans in vacanza. Avevo affittato un caravan e subito dopo ho iniziato a vedere spot sul Web di veicoli del genere anche se non ho mai visitato un solo sito dedicato a questi mezzi. Ecco, credo sia importante chiarire come queste cose avvengono. E sarebbe anche necessario sapere come i social scelgono le notizie visualizzate dalle persone perché è un elemento importante nella vita democratica di un Paese». 

Questo racconto ci aveva già colpito quando l’abbiamo letto (benvenuto sul pianeta Terra Mr. Smith!) ma non potevamo ancora sapere che sarebbe diventata una delle questioni più discusse per la nostra stessa sopravvivenza.

All’inizio di marzo è arrivata la notizia degli importanti investimenti dell’Europa per  il digitale che ci ha fatto sperare in un Digital Green New Deal come possibile svolta verso un futuro verde, digital e democratico. “L’indipendenza europea parte da qui”, aveva detto Luca De Biase, “e se si gioca in questo nuovo contesto può diventare un obiettivo raggiungibile. … Oggi il nuovo salto si legge nella convergenza tra digitale e sostenibile”.

E poi è arrivato il tema che ha scatenato un dibattito che è ancora all’inizio: il contact tracing, cioè la possibilità di applicare un metodo che sfrutta i big data raccolti dallo smartphone di ognuno di noi, per disegnarci addosso un modello molto dettagliato sui nostri spostamenti e i nostri contatti quotidiani. Nulla è stato più come prima. Il dibattito si è concentrato sui due opposti Individuo VS Società: sulla necessità di tutelare la dimensione individuale e la priorità, invece, della salute collettiva. Il contact tracing in Cina è servito agli abitanti di Pechino e Shanghai per poter visualizzare, sul proprio smartphone, l’evoluzione dei contagi nei giorni più duri: un’applicazione con sistema di geo-localizzazione integrato ha consentito ai cinesi di individuare su mappa i contagi, con aggiornamenti in tempo reale. Per ognuno dei casi infetti segnalati sulla mappa, era possibile approfondire i dettagli con un semplice tap sullo schermo, così da verificare gli ultimi spostamenti e gli eventuali contatti: dal supermercato dove la persona contagiata era andata a fare la spesa, fino al ristorante dove aveva cenato prima di finire in isolamento. 

È stato nei giorni in cui fuori dalle nostre finestre è arrivata la primavera che il Ministro per l’Innovazione ha lanciato una call per raccogliere “le migliori soluzioni digitali relativamente ad app di telemedicina e assistenza domiciliare dei pazienti e a tecnologie e strategie basate sulle tecnologie per il monitoraggio “attivo” del rischio di contagio”.

Nel dibattito generale sono stati in tanti a sostenere che non è tollerabile affidare i dati della sanità pubblica e altri dati personali alle Big Tech perché, come ha scritto la Professoressa Teresa Numerico: “C’è una differenza sottile tra fornire un servizio di salute per la collettività come infrastruttura pubblica o usare piattaforme private, sia pure nel contesto di un’emergenza governata dallo Stato. Nessun server privato può essere legittimato al tracciamento degli spostamenti dei cittadini, a monitorare le condizioni di salute, conservando le informazioni per l’uso in caso di contagio, o peggio a definire le persone in categorie basate sulla loro potenziale immunità infettiva.”

In questo clima generale, nel quale il virus non accennava a ridurre la sua diffusione, gradualmente è aumentato il senso di impotenza dei più. Abbiamo guardato fuori dalle nostre finestre e abbiamo cominciato a chiederci: che ne sarà delle nostre democrazie dopo questo isolamento, dopo che un quarto della popolazione mondiale s’è vista ridurre le proprie libertà, dopo che le misure emergenziali diventeranno legge, dopo che ogni leader proverà a non sprecare quest’attimo, questa stagione, e a ritrovarsi più forte, più popolare, magari pronto a farsi rieleggere? 

Ai posteri l’ardua sentenza!

Una notizia positiva arriva dalla scienza e dal sistema industriale: le tecnologie che possono aiutarci ad affrontare il Covid-19 esistono e sono applicabili subito o con un rapido lavoro di sviluppo. Paolo Dario, uno tra i robotici italiani più conosciuti a livello internazionale, fondatore dell’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (uno dei centri di ricerca tra i più attivi al mondo nell’immaginare e progettare nuove tipologie di robot) sostiene che i robot possono essere nostri grandi alleati nel contrastare la pandemia di Covid-19 e nell’aiutarci a far ripartire l’economia. I robot possono fare almeno 4 cose contro il Covid-19: assistere il personale e i pazienti negli ospedali; contribuire alla logistica delle strutture sanitarie; sorvegliare il rispetto della quarantena; mantenere attive le “funzioni socioeconomiche”. Cioè possono aiutare a garantire il funzionamento di fabbriche e magazzini in un frangente in cui il benessere dei cittadini dipende dalla capacità di mantenere viva la catena produttiva e distributiva di settori come l’alimentare o la produzione di materiale sanitario. In attesa dell’Europa, l’Italia cerca di fare da sé: il competence center Artes 4.0, coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha lanciato un bando straordinario da 550 mila euro per finanziare imprese che sviluppino tecnologie 4.0 contro la pandemia.

Da due mesi a questa parte stiamo facendo i conti con il baco del millennio, come dice Marino Niola. Un virus vero, non un virus virtuale come ci eravamo aspettati:

Credevamo che il vulnus del sistema fosse nell’immateriale e invece era nella materia vivente. Eravamo certi che la fine del mondo incubasse nei circuiti dell’intelligenza artificiale, nel moderno logos. Invece era nell’antico bios, nella forma di vita più arcaica e primordiale che ci sia. Temevamo il default dei sistemi complessi ed evoluti e invece il colpo da “ko” è arrivato da un organismo semplice e involuto. … Abbiamo vissuto nell’attesa millenaristica del black out della civiltà. Che l’economia si bloccasse, che gli aerei rimanessero a terra, che i sistemi scolastici si impallassero, che le Borse implodessero, che le fabbriche si fermassero, che la logistica impazzisse, che i consumi si arrestassero. E che il sistema sanitario andasse in tilt. Allora non è successo niente. Ma è successo tutto adesso. E per ragioni completamente diverse.vent’anni fa a spaventarci era solo il fantasma incorporeo dei parassiti virtuali che avrebbero messo a nudo la vulnerabilità della società comunicante. E invece a darci scacco matto è stato un parassita fisiologico …che ci ricorda la fragilità della condizione umana.” 

Questa raccolta esce oggi 21 aprile, a due mesi dall’avvio dell’emergenza Covid-19. Abbiamo pensato di raccogliere, insieme agli articoli dell’ultima settimana (13-19 aprile), anche un articolo per ogni settimana che, a ritroso, ci riporta idealmente al 21 febbraio. In più tutte le web news più interessanti degli ultimi due mesi. Buona lettura!

Societing Rassegna Stampa Speciale #2mesidicoronavirus

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