La pericolosità dell’IA non è che si ribella a noi

ma è che fa esattamente quello che le chiediamo

Jannelle Shane

(AI resercher)

La via europea all’IA

L’Intergruppo Parlamentare sull’Intelligenza Artificiale ha organizzato un pomeriggio di confronto e riflessione dal titolo Intelligenza Artificiale: investire in Università, Ricerca e Cultura, aprendo un dialogo tra Commissione europea, Governo, CRUI e CNR.

Il tema è di grande interesse per Societing 4.0 che osserva l’innovazione tecnologica come occasione di innovazione sociale. Tutti gli interventi hanno messo in evidenza come l’orientamento dell’Italia e dell’Europa sia proprio quell’approccio human oriented che ci distingue da altri paesi come per esempio la Cina. L’ha detto in modo molto chiaro l’Onorevole Fusacchia (membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione), sottolineando come l’IA può essere una grande occasione se si sviluppa come un’innovazione al servizio dei cittadini, contribuendo a ridurre le disuguaglianze. La sfida però non può essere nazionale ma servono i muscoli dell’Europa.

E la “via europea all’IA” è strettamente collegata all’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, l’ha detto Alessandro Fusacchia e l’ha ripetuto il Ministro Fioramonti che ha sottolineato come l’Italia possa mettere a disposizione di questi nuovi saperi la sua storia di competenze trasversali, riportando l’attenzione sulla necessità di diffondere scienza, tecnologia, ingegneria e matematica come conoscenze che si intersecano alle scienze sociali e come saperi che si traducono in applicazioni pratiche. Da qui l’investimento di 16 milioni di euro del MIUR per borse di studio dedicate all’IA e l’idea di diffondere FabLab in ogni scuola.

IA human oriented quindi che, come ha spiegato anche il direttore generale della DG Connect Roberto Viola, significa immaginare applicazioni che consentano di affrontare i problemi urgenti come quelli legati alla salute delle persone (la possibilità di analizzare consistenti quantità di dati consentono alle IA di prevedere certi tumori, per esempio, con effetti diretti sulla riduzione dei costi sociali); oppure di affrontare i problemi legati all’ambiente: prevedendo i rischi, monitorando il patrimonio costruttivo, ecc. E ancora, l’Europa sta investendo in IA per migliorare e innovare la mobilità (interessante l’esempio della realizzazione del corridoio del Brennero 5G per la guida automatica).

A.I. Insieme: come?

Insieme è stato il mantra del pomeriggio:

  • come ricerca per lo sviluppo della conoscenza: CNR, Cini (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica), ricercatori;
  • come attori territoriali per lo sviluppo economico: imprese, università e centri di ricerca;
  • come formatori/educatori per la diffusione dei saperi: università, scuole superiori, formazione ai docenti;
  • come competenze trandisciplinari per lo sviluppo di un’innovazione tecnologica per lo sviluppo sostenibile (sociale, ambientale ed economico);
  • come spazi per la raccolta e la condivisione di dati evitando monopoli creati in logica estrattiva e puramente attraverso lo sviluppo di piattaforme e sistemi europei;
  • come infrastrutture di calcolo per creare la potenza di calcolo più grande del pianeta (il centro di calcolo Leonardo che si trova a Bologna, insieme a quelli di Barcellona, Sofia ed Helsinky creano il centro di calcolo più grande del mondo) e sviluppare un centro di calcolo quantistico;

Tra tutti gli interventi del pomeriggio tre questioni meritano, secondo noi, un piccolo focus:

  1. Le persone: sono uscite nei discorsi di tutti i relatori perché, com’è ovvio, è sulle loro gambe che viaggiano i cambiamenti e le trasformazioni possibili. Sono i docenti, i ricercatori, gli studenti di ogni ordine e grado, i politici, gli imprenditori, i lavoratori, … nessuno escluso. Che sono, da una parte, i protagonisti del cambiamento e insieme coloro che lo subiranno. Per noi questa è una questione-chiave perché non solo gli aspetti sociali ma gli aspetti psicologici dell’innovazione sono di primaria importanza dato che riguardano i modi in cui ognuno conosce e comprende il mondo e sé stesso all’interno di un contesto dove le relazioni sono mediate da tecnologie, piattaforme, dispositivi ed algoritmi. E’ importante, in particolare osservare e considerare come la conoscenza e la comprensione si trasformano in forme concrete (parole, manufatti, immaginari, infrastrutture, suoni, simboli, …) nel mondo e nelle comunità in cui si vive, si agisce e ci si relaziona;
  2. Le competenze “altre”, le ha chiamate così Gaetano Manfredi, presidente CRUI e rettore dell’Università Federico II. La questione posta da Manfredi è la necessità di elaborare un modello formativo non verticale che consenta di formare non ingegneri e informatici ma tutti gli “altri” cioè tutti quelli che devono utilizzare tecnologie e IA nelle loro attività professionali. Serve un metodo per definire al più presto quali siano queste competenze da aggiungere a quelle specialistiche e questo è un passo da fare a livello nazionale quindi con il MIUR e insieme alla politica nazionale;
  3. Il cambiamento della PA: immaginare di introdurre l’IA nella PA, snodo di processi rilevanti per tutti i sistemi socio-economici nazionali, non ha a che vedere con l’introduzione di cambiamenti procedurali ma è un’operazione di design thinking, in altri termini: una rivoluzione. Questo è un problema perché, almeno fino ad ora, la PA non si è mostrata duttile e malleabile alle innovazioni né un mondo appassionato ai grandi cambiamenti.

Alcune considerazioni conclusive

Grati di questo incontro e stimolati dalle tante riflessioni ci portiamo a casa nuovi interrogativi insieme a possibili risposte che derivano dalle nostre esperienze dirette.

La nostra attività, infatti, ci ha messo a contatto con centinaia di imprese meridionali e sappiamo con certezza che:

  • le PMI non sanno bene cosa significhi 4.0 e sono distanti dal sentirsi coinvolte nel dibattito sull’uso dell’IA. Per altro tra queste ci sono imprese molto rilevanti per lo sviluppo del nostro paese come quelle legate alla Cultura e al Turismo;
  • la maggior parte delle imprese italiane sono piccole o piccolissime imprese e svolgono le loro attività sulla base dell’estro dell’imprenditore che si basa su pratiche non codificate che vengono tramandate e condivise in modo implicito. Proprio questo elemento di valore, che connota la distintività e il successo di queste microimprese, diventa il loro limite perché su processi non formalizzati quasi mai è possibile innestare l’I.A.;
  • c’è una diffusa diffidenza tra le imprese verso l’innovazione perché sono ani che si subiscono tanta propaganda (dal 2.0 che pare che doveva cambaire il Mondo ma…) non sono visibili grandi cambiamenti;
  • le imprese sociali sono spesso ideologicamente contrarie all’IA perché tendono a considerala un elemento potenzialmente molto negativo sul lavoro delle persone.

Per questo ci sentiamo di dire che non siamo ancora prontissimi per l’innovazione tecnologica e per l’introduzione dell’IA, a partire da una diffusa resistenza sociale e culturale ed è lì che bisogna lavorare.

E proprio basandoci sulle nostre esperienze – realizzata grazie al progetto PIDmed, in collaborazione tra Università Federico II° di Napoli con  Unioncamere e le Camere di Commercio di Caserta e Salerno- secondo noi è molto importante, ora, lavorare su:

  • Imprese consapevoli

E’ importante una mediazione simbolica che parta dall’analisi dei problemi attraverso l’ascolto di un racconto, delle storie delle imprese che, in genere, sono legate in modo forte alle storie ed alle scelte fatte dagli imprenditori. E’ questa narrazione che consente di capire e approfondire i problemi e, spesso, ha già in sé le possibili soluzioni, anche tecnologiche, da proporre. Così l’IA può essere proposto come uno strumento per rispondere a determinate, specifiche e condivise esigenze.

  • Data commons

Servono nuove modalità di supporto per lo sviluppo del sistema imprenditoriale locale partendo proprio da quelle che sono le sue caratteristiche cioè l’essere un tessuto frammentato e fatto di piccolissime imprese. Una di queste modalità di supporto è la condivisione di soluzioni tecnologiche 4.0 a partire dai data commons. Si tratta di un sistema di gestione di dati che vengono messi in comune perché intesi come common, appunto, cioè come bene comune. Oltre gli open data, pensiamo a piattaforme o depositi di dati liberamente disponibili a coloro che fanno parte della comunità e gestiti in modo comunitario. Le imprese di un territorio, insieme ad altri attori dell’eco-sistema, potrebbero condividere progetti di intelligenza collettiva con una ricaduta positiva sui singoli e sull’intero territorio. E alcuni soggetti intermedi, come le Camere di Commercio e/o le associazioni di categoria, l’Università, i Competence Center ..  potrebbero coordinare percorsi di raccolta e uso di data commons che servano interi comparti: ad esempio il mercato del turismo del Cilento, o quello dei pomodori, … Si possono immaginare diversi livelli, settori o zone dove questi attori fanno da aggregatori e da facilitato per la raccolta, lo stoccaggio e l’uso di questi dati per lo sviluppo locale.

  • Ricerca/Azione

Il Ministro Fioramonti ha parlato, lo abbiamo detto sopra, delle risorse stanziate per dottorati in IA che accogliamo come lodevole iniziativa. Tuttavia è importante lavorare sulla creazione di saperi transidisciplinari e su metodi di apprendimento che aprano la ricerca all’intervento sul campo e di questo sapere applicato la ricerca stessa si deve nutrire. E questo non solo perché l’AI non è solo materia da informatici e può essere adoperata in tutti i campi ma perché c’è bisogno che questi nuovi “esperti” sappiano mettere le mani in pasta, lavorando giorno per giorno accanto alle imprese e ai territori per poter capire realmente le esigenze e per poter far evolvere conoscenze e soluzioni in tempi rapidi, com’è rapido il mutamento che avviene nella società.

Nel corso del convegno a cui abbiamo partecipato, la Sottosegretaria al MiBACT Anna Laura Orrico ha detto che è importante che tutti i vari settori del Paese parlino la stessa lingua e condividano gli stessi obiettivi.

Noi aggiungiamo che le tecnologie ci possono aiutare a ricostruire lo strappo sociale tra cittadini e istituzioni e con questa convinzione stiamo per lanciare una nuova iniziativa formativa che abbiamo chiamato Jamme I.A.

Sarà un esperimento rivolto agli operatori delle Micro-Picocle e Medie Imprese ed al mondo delll’Innovazione Sociale con l’ambizione di tenere insieme la dimensione filosofica ed etica, quella operativa e pratica, quella scientifica e teorica e quella tecnica e tecnologica nel tentativo di avvicinare all’I.A. proprio quei comparti che non immaginano le potenzialità e l’impatto che può avere questa tecnologia.

La nostra azione si basa su una convinzione: l’unico modo per navigare la complessità è abbracciala, non ridurla.

Sarà un piacere dare il nostro contributo alle attività dell’Intergruppo Parlamentare sull’Intelligenza Artificiale.

 

E visto che ci stavamo, per chi vuole abbiamo fatto una diretta (artigianale) di tutto l’evento che potete vedere qui https://www.facebook.com/Societing/videos/1146444328880422/

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