IL CIBO E L’AGRICOLTURA: LE CONNESSIONI TRA LE PERSONE E IL PIANETA

Venerdì scorso, 4 ottobre, abbiamo avuto il piacere di partecipare  alla presentazione del quarto Rapporto Asvis “L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”. Come sempre un lavoro pregevole e di grande visione che rilancia verso la necessità di superare parrocchie e divisioni egotiche, costruendo un’alleanza tra tutti coloro che condividono una visione di sviluppo sostenibile che superi opportunismi e piccole rendite di posizione. I tempi sono più che maturi, come è stato detto anche nel corso della mattinata di presentazione, per togliere la parola sostenibile dopo sviluppo, pensando ad un’idea di progresso che porti già in sé un’istanza necessaria e indiscussa di sostenibilità.

Nel Rapporto si legge:

Sappiamo che il mondo non si trova su un sentiero di sviluppo sostenibile. Il degrado ambientale prosegue e il riscaldamento globale sta accelerando, con effetti devastanti sugli ecosistemi e sulla vita di milioni di persone, soprattutto le più deboli. Le preoccupazioni per una nuova crisi economica si moltiplicano, crescono le tensioni commerciali e politiche internazionali, si diffondono risposte nazionalistiche e protezionistiche ai problemi nazionali e globali. Le disuguaglianze restano elevatissime e persistenti. Le contraddizioni qui brevemente ricordate sono emerse anche nelle settimane scorse, in occasione della riunione dell’Assemblea Generale dell’ONU dedicata proprio all’Agenda 2030, a quattro anni dalla sua firma.

Come ha ricordato il Presidente del World Ecomic Forum lo scorso gennaio a Davos: Il mondo sta affrontando un numero crescente di sfide complesse e interconnesse … . Se non lavoriamo assieme per affrontare queste sfide non ci sarà futuro. Mai come adesso c’è stata la necessità di un approccio collaborativo e multi-stakeholder ai problemi globali condivisi.

In questa complessità aumentata, fatta di connessioni tra tanti e differenti questioni che afferiscono alla vita dell’uomo sulla Terra, ci sono dei temi-chiave che ne collegano tanti altri, come fossero dei fili di una trama che, tirandoli, sgranano tutta la tessitura. Di sicuro il tema del cibo e, di conseguenza, le questioni legate alla produzione di cibo, è uno di questi temi-chiave.

Noi del gruppo di ricerca/azione Societing con questa idea di connessioni necessarie, da anni abbiamo attivato la task force RuralHack per dedicarci ai temi dell’innovazione nel food system, partendo da un lavoro non SU ma CON le comunità rurali; creando ponti tra ricercatori, scienziati e i vecchi maestri della terra, tra hacker, artisti e contadini, tra realtà rurali delle aree interne e centri metropolitani, tra il meglio dell’innovazione scientifica e tecnologica ed il meglio della civiltà contadina (vecchia e neo).

Non lo diciamo noi, lo dice la FAO che il cibo e l’agricoltura sono la connessione principale tra le persone e il pianeta e questo ne fa i due elementi-cardine per il raggiungimento di quei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU (SDGs), sui quali tutto il mondo si è mobilitato.

“As the prime connection between people and the planet, food and agriculture can help achieve multiple Sustainable Development Goals (SDGs)”.

Ed è ancora la FAO a sottolineare che, tra le 20 azioni da mettere in campo per rendere sostenibile l’agricoltura e la produzione di cibo, l’innovazione è uno dei motori principali da considerare. Innovazione da intendere come un insieme di processi che riguardano l’uso delle tecnologie, il cambiamento delle pratiche, forme diverse di partenariati pubblico-privato, diverse modalità di collaborazione tra gli agricoltori… Insomma: i processi di innovazione che possono incidere sull’agricoltura e sul sistema rurale, afferiscono praticamente a tutti e 17 gli SDGs. Riguardano gli obiettivi di sviluppo sostenibile riferiti alle persone e alla società; all’economia e ai suoi modelli; all’ambiente soggetto -a causa dell’uomo- a cambiamenti planetari. Queste tre dimensioni-chiave -società, economia e ambiente- connotano la nostra epoca definita in vari modi tra cui, da alcuni, Antropocene -l’era dell’uomo- per via dell’impronta dell’essere umano sull’ecosistema globale, da altri Capitalocene, considerando il capitalismo come un regime ecologico che si fonda sulla subordinazione della natura alle necessità della produzione e accumulazione di ricchezza.

AGRIFOOD E SDGs

Il cibo è quindi un filo conduttore che lega tutti e 17 gli Obiettivi dello sviluppo sostenibile, dato che le dimensioni economiche, sociali e ambientali dei sistemi alimentari sono interconnesse. Nello schema elaborato dal Food Sustainability Index (FSI) il collegamento tra i tre ambiti è evidente: le perdite e gli sprechi alimentari hanno effetti sul sistema economico, l’agricoltura sostenibile riguarda soprattutto la dimensione ambientale e le sfide nutrizionali afferiscono alla dimensione sociale.

L’agricoltura è il principale motore di cambiamento dell’ecosistema nel/del mondo ed è allo stesso tempo la più colpita da questi cambiamenti. Attualmente stiamo rispondendo alla domanda globale di approvvigionamento alimentare mediante un maggiore utilizzo di input ecologici che incidono sulla vita sulla terra (SDG 15), sulla vita sottomarina (SDG14), sui cambiamenti climatici (SDG13) e sull’acqua pulita (SDG6). I numeri sono impressionanti, soprattutto se visti nella prospettiva di dover nutrire i 10 miliardi di persone che si prevede vivranno sul pianeta Terra nel 2050.

Nel corso dei prossimi 25 anni il degrado del territorio potrebbe ridurre la produttività alimentare globale fino al 12%, portando ad un aumento del 30% dei prezzi alimentari mondiali. In effetti, la conservazione e l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri e la promozione della resilienza e della qualità del suolo (SDG15) costituiscono la base per la sicurezza alimentare e la diversità nutrizionale per le generazioni presenti e future. Sono inoltre fattori decisivi per combattere i cambiamenti climatici: l’agricoltura oggi causa un quinto delle emissioni globali di gas serra.

Nonostante le tante polemiche che si sono scatenate di recente sulla produzione di cibo biologico, con buona pace delle senatrici a vita, per arrivare ad avere un mondo in cui il cibo è sufficiente, sicuro, economico e nutriente, sarà necessario un programma che colleghi tra loro diversi SDGs (e target) a partire dalla necessità di integrare i valori di ecosistema e di biodiversità nella pianificazione nazionale e locale, nei processi di sviluppo, nelle strategie di riduzione della povertà, trasformando sia l’agricoltura industriale specializzata, sia l’agricoltura di sussistenza e quella dei piccoli proprietari. Contestualmente servirà uno spostamento dei modelli di consumo, con un’attenzione particolare alla riduzione degli sprechi alimentari (SDG 12) e alla diversità nutrizionale (SDG2). E sempre per uscire dalle pericolose polarizzazioni del discorso, non bisogna essere dei vegani oltranzisti per osservare gli orientamenti delle recenti ricerche che mostrano come i cambiamenti delle scelte dietetiche verso una riduzione degli alimenti di origine animale (SDG12), possano essere un mezzo molto efficace per raggiungere diversi obiettivi di salute e ambientali.

Nutrire la popolazione senza degradare le risorse ambientali del pianeta può consentire la riduzione della povertà (SDG1) e dell’insicurezza alimentare (SDG2); inoltre i sistemi di agricoltura sostenibile possono ridurre migrazioni e conflitti (SDG16) causati dallo stress su acqua e terra. La malnutrizione ha, per altro, dei costi sociali molto alti (attualmente l’impatto della malnutrizione sulla perdita di produttività e spesa sanitaria è stimato a 3,5 trilioni di dollari l’anno (5% del PIL globale), ampiamente al di sopra dell’impatto economico globale, ad esempio del fumo e del terrorismo). Se da una parte del mondo si muore ancora per la fame dall’altra, invece, sono sempre più diffusi gli eccessi e gli squilibri alimentari; si stima che per ogni dollaro speso per il cibo, la società paga due dollari in costi sanitari, ambientali ed economici. Questi costi (5.7 trilioni di dollari l’anno a livello globale) sono uguali a quelli relativi a problemi come obesità, diabete e malnutrizione.

Per garantire una vita sana (SDG3) servono nuove riflessioni sulle scelte alimentari e sulle diete delle persone, orientando la cultura alimentare verso diete che forniscano cibo a basso impatto ambientale. Sarà necessaria, quindi, un’intensa attività di ricerca e formazione, lungo tutta la catena del valore, per integrare le pratiche sostenibili (SDG4) e colmare le lacune di genere, anche in termini di input agricoli (SDG 5) . Non sappiamo se le tasse sulle merendine siano una politica vincente, tuttavia è il momento di fare scelte coraggiose: andare oltre l’ovvio ed oltre quelli che sono gli equilibri di potere che ci hanno portato in questa situazione, spesso facendo leva sulle necessità di sopravvivenza di tante persone e minacciando il loro posto di lavoro.

Ma per parlare in modo concreto proprio di posti di lavoro, non va dimenticato che il settore agricolo è il principale datore di lavoro al mondo (con una forza lavoro attiva su tre nel mondo) e svolge quindi un ruolo fondamentale nella promozione della crescita economica inclusiva e sostenibile, dell’occupazione e del lavoro dignitoso per tutti (SDG8). L’integrazione dei sistemi di produzione agricola ad alta intensità di lavoro è anche fondamentale per ridurre le disuguaglianze (SDG 10) creando attività per i poveri delle zone rurali.

Di certo l’innovazione tecnologica e istituzionale (SDG 9) può guidare la produttività agricola e un uso saggio dei biocarburanti può ridurre la volatilità dei prezzi delle materie prime (SDG 7), mentre il patrimonio culturale degli agro-ecosistemi può migliorare i collegamenti economici, sociali e ambientali tra le aree urbane e rurali (SDG11).

Per realizzare questi cambiamenti sono necessarie politiche pubbliche adeguate che possono essere rafforzate da partenariati tra comunità di attori diversi -afferenti alle filiere lunghe dell’agrifood (agricoltori, industria, ricerca); da processi di condivisione della tecnologia e dell’innovazione; da finanziamenti green; da aiuti alimentari e cooperazione allo sviluppo (SDG 17).

 

LA TECNOLOGIA È LA PALLOTTOLA D’ARGENTO O UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO?

Il binomio agricoltura sostenibile-innovazione tecnologica non è di certo nuovo a partire dalla prima rivoluzione tecnologica in agricoltura generata dall’aratro.

Oggi si parla di una quarta rivoluzione tecnologica (anche) con riferimento alla produzione agricola e, data la portata del cambiamento in corso, sembra importante riflettere sul significato di sostenibilità in agricoltura e sulle condizioni che possano favorire o limitare l’evoluzione di questo processo di cambiamento in corso, a vantaggio del benessere collettivo. La sostenibilità, infatti, come detto sopra riguarda gli equilibri tra le condizioni sociali, ambientali ed economiche.

Le tecnologie intelligenti, come l’intelligenza artificiale, la robotica e l’Internet of Things, possono svolgere un ruolo importante nel raggiungimento di una maggiore produttività e di una maggiore eco-efficienza. Tuttavia pare necessario considerare le implicazioni sociali che questi processi di grande cambiamento possono (e stanno) apportando.

La questione, infatti, è come le società saranno modificate o ri-scritte nell’evoluzione di questi processi di cambiamento, considerando anche che ci sarà uno slancio crescente dell’agricoltura 4.0, date le scelte degli Stati e quelle del settore privato (secondo i dati dall’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano il settore dell’agricoltura 4.0 è cresciuto in Italia in un anno del 270%  per un valore di 400 milioni di euro).

Ambiti di criticità evidenti appaiono, per esempio, considerando due grandi tecnologie 4.0 come la blockchain e le applicazioni Big data in Smart Farming.

Molta enfasi, infatti, viene data ai sistemi di trust affidati alla blockchain che, di per sé, rimane uno strumento nelle mani di coloro che lo utilizzano, al di là del potenziale che può avere come base di partenza.

“… i vantaggi della blockchain si realizzano al meglio quando diversi partecipanti del settore si uniscono per creare una piattaforma condivisa. E questo implica che le regole del gioco non le può scrivere uno solo degli attori della filiera. In un sondaggio recente gli intervistati (appartenenti a vari settori produttivi ma tutti alle prese con l’implementazione di sistemi di blockchain) hanno risposto che il più grande ostacolo all’adozione di blockchain è l’incertezza normativa (48%), la mancanza di fiducia tra gli utenti (45%) e la capacità di riunire la rete (44%)”.

Il fatto è che le catene di fornitura alle quali si può applicare la blockchain, sono reti che coinvolgono attori diversi che hanno differenti interessi. Per questo il gioco può funzionare solo se progettato in ottica  win win, cioè se tutti gli attori della filiera ritrovano incentivi e vantaggi nell’essere parte del sistema: guadagni, sicurezza dei dati, rapidità dei tempi di esecuzione dei diversi processi, devono essere adeguatamente diffusi per l’intera rete di attori. Per i contadini, per esempio, può essere interessante un pagamento in tempo reale dei prodotti oltre che la possibilità di valutare la merce sempre in tempo reale, insieme agli altri attori della filiera (finanziatori per esempio e commercianti). E può essere interessante anche condividere un sistema di informazioni che qualifichi e garantisca la qualità dei prodotti (magari condizionandone il prezzo).

Ci sono, però, relazioni di forza che condizionano profondamente il sistema e che, quindi, fanno sì che la tecnologia definisca impatti diversi da quelli immaginati ed enfatizzati. E’ il caso, per esempio, della grande distribuzione che condiziona tutta la filiera, imponendo i prezzi, condizionando la concorrenza tra le imprese che trasformano i cibi, arrivando a modificare profondamente i gusti dei consumatori con un effetto sulla riduzione della biodiversità, il movimento delle merci e, non ultimo, il trattamento dei lavoratori delle campagne.

Allo stesso modo, l’uso dei Big Data in agricoltura sta causando importanti cambiamenti nei ruoli e nelle relazioni di potere tra i diversi attori, all’interno della catena di approvvigionamento alimentare.

Il panorama degli stakeholder mostra un gioco interessante tra potenti società tecnologiche, venture capitalist e spesso piccole start-up e nuovi entranti. Allo stesso tempo ci sono diverse istituzioni pubbliche che aprono i dati, a condizione che la privacy delle persone venga garantita. Il futuro dello Smart Farming può evolversi verso due possibili scenari estremi:

1) sistemi proprietari chiusi in cui l’agricoltore fa parte di una catena di approvvigionamento alimentare altamente integrata

2) sistemi aperti e collaborativi in ​​cui l’agricoltore e tutti gli attori interessati che fanno parte della filiera, sono flessibili nella scelta dei partner commerciali sia per la tecnologia che sul fronte della produzione alimentare.

La questione del 4.0 non è quindi squisitamente tecnologica, è ancor prima legata alle scelte di modello e di paradigma socio-economico nel quale accogliere e far crescere l’innovazione.

Nel contesto della quarta rivoluzione agro-tecnologica, un’innovazione responsabile significa prevedere impatti a tutti i livelli: in azienda, sui paesaggi agricoli, lungo tutta la catena alimentare, oltre a considerare gli effetti sulle comunità rurali e sul pubblico nel suo insieme. I processi di innovazione responsabile dovrebbe cercare di includere tutti gli attori interessati, come le aziende tecnologiche, gli agricoltori e le comunità locali.

Va considerato, infatti, che il potenziale miglioramento della produttività generato dall’innovazione in agricoltura, può fornire benefici sociali (ad es. maggiore sicurezza alimentare, maggiore sicurezza del reddito) e benefici ambientali, poiché viene messa in produzione meno terra; allo stesso modo l’agricoltura di precisione, in combinazione con varietà colturali e varietà di bestiame coerenti con la biodiversità dei differenti territori -insieme all’uso di sistemi che favoriscono processi decisionali- possono portare ad un uso più intelligente degli input con maggiori ricompense. Inoltre, la tecnologia robotica potrebbe offrire vantaggi alle comunità agricole per esempio facendo fronte alla perdita di lavoro, che sta diventando un grave problema nei paesi in via di sviluppo dove la popolazione migra verso i centri urbani. L’innovazione basata sulla tecnologia potrebbe migliorare quindi la sostenibilità sociale anche sostenendo la redditività delle aziende agricole e fornendo diversi posti di lavoro ad alta tecnologia magari con la creazione di hub con nuove figure professionali a supporto.

Nonostante i potenziali benefici di una nuova rivoluzione tecnologica, le narrazioni tecno-centriche dominanti associate alla smart-agricoltura dovrebbe essere trattata con cautela. La tecnologia è un’arma a doppio taglio perché ha il potenziale per causare danni, oltre a fornire benefici. In agricoltura abbiamo assistito a numerose controversie sull’uso di sostanze chimiche, tra cui il DDT, nonché intensi dibattiti sulla modificazione genetica. Abbiamo visto, ad esempio, come le precedenti rivoluzioni tecnologiche hanno causato la disoccupazione rurale di massa e i potenziali effetti collaterali di una tecnologia intelligente come l’IA sono tutti da verificare.

La quarta rivoluzione agricola è associata a molte innovazioni nell’agricoltura sostenibile, alcune emergenti e altre più consolidate, che interagiscono e si evolvono in una più ampia ecologia dell’innovazione che comprende grandi tecnologie emergenti (AI, Internet of Things, Cloud Computing, robotica), insieme a piccole innovazioni per gli agricoltori, fino a soluzioni di agricoltura sostenibile più semplici o a bassa o nulla tecnologia. Nella fretta di abbracciare l’agro-tecnologia intelligente, non dobbiamo rischiare di dimenticare la più ampia rete di altre innovazioni che svolgono un ruolo importante e che possono anche influenzare le società in modi diversi. Dobbiamo garantire che il concetto di innovazione sostenibile non sia collegato esclusivamente alle grandi tecnologie intelligenti emergenti. Ciò significa, concretamente, mappare le innovazione e collegare la loro applicazione anche ad altri campi dell’innovazione sostenibile con un’attenzione alla determinazione di fini socialmente responsabili. Non dimentichiamoci che anche le tradizioni sono state delle innovazioni che le comunità si sono tramandate per garantire la loro sopravvivenza e questo, in una ottica critica che guarda realmente alla sostenibilità, significa che può essere interessante recuperare qualche innovazione che abbiamo perso o dimenticato per seguire una certa idea di progresso e che invece può rivelarsi di primaria importanza.

Ma la ricerca agricola è ancora dominata da approcci top-down e raramente include parti interessate rilevanti, come gli agricoltori, almeno non in una fase iniziale. E così le traiettorie della ricerca, incluso il design dell’innovazione, avvengono ancora prevalentemente al chiuso negli istituti di ricerca e le narrazioni dei progetti vengono raramente aperte ad occasioni di confronto con le parti interessate. L’inclusione è stata talvolta considerata problematica dagli innovatori, che vedono il coinvolgimento del pubblico come un potenziale aumento del time to market e il rilascio di informazioni sensibili pubblicamente.

Ma la ricerca stessa ha anche dimostrato che l’innovazione aperta e l’innovazione responsabile possono essere complementari. Ne è esempio, tra gli altri, il lavoro realizzato con la nostra task force RuralHack con la quale sperimentiamo una nuova gamma di strumenti e metodi per l’innovazione dell’agricoltura intelligente, in grado di mappare problemi e soluzioni, attraverso diverse forme tra cui metodi digitali, forme di studio comparativo e meta-analisi. Questi metodi possono produrre nuove forme di intelligenza sociale e modalità di scambio, attraverso occasioni e dispositivi in che mettono in relazione i sistemi di intelligenze delle comunità (intelligenze umane, intelligenze artificiali, intelligenze collettive, intelligenze connettive …): a eventi di networking degli agricoltori, cluster di agricoltori, fattorie dimostrative, feste popolari, test dimostrativi e consultazioni, attraverso una moltitudine di spazi informali in cui agricoltori e cittadini possono interagire con il sistema dell’agricoltura sostenibile (compresi veterinari, consulenti, commercianti di sementi e mercati del bestiame). [1]

 

In questa direzione è andata la ricerca/azione in questi anni nei quali, tra Workshop e SummerSchool, Maker Faire, Villaggi delle Idee, ed una bellissima prima edizione di Agriacademy con ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare ), abbiamo incontrato e lavorato con circa 5000 giovani (e meno giovani) innovatori in agricoltura, favorendo la formazione e la crescita eco-sistemica dei processi di innovazione sociale e tecnologica, convinti che sia necessario sostenere una diffusa alfabetizzazione a vantaggio di una distribuzione condivisa dei poteri e delle responsabilità delle/nelle comunità, per evitare che intelligenze artificiali -cioè intelligenze che agiscono in autonomia, attraverso le macchine o attraverso dispositivi sociali-economici-tecnici-politici-militari-religiosi… – condizionino in modo negativo la vita dell’uomo.[2]

È realmente il tempo di una alleanza e noi continueremo a fare la nostra parte, con Societing4.0 e con la task force RuralHack, dando il nostro contributo affinché la tecnologia diventi una pallottola d’argento e non un’arma a doppio taglio.

Perché l’innovazione tecnologica o è sociale o non è.

 

Alex Giordano

Docente di Social Innovation e Trasformazione Digitale presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università Federico II di Napoli e direttore scientifico del programma di ricerca/azione Societing 4.0

 

Note

[1] D.C. Rose, J. Chilvers, cit.

[2] https://www.societing.org/perche/

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