Prendi un luogo ontologicamente di passaggio, come una rotonda. Metti questa rotonda in centro a Londra: da una parte conduce alla City, al cuore finanziario del capitalismo che ha incarnato il mondo occidentale e la sua economia negli ultimi trent’anni. E da un’altra parte conduce a Shoreditch e all’East End, al covo di creativi che da un decennio ormai ha contribuito alla rinascita di quella che una volta a Londra era considerata periferia, e che adesso A? cuore culturale, artistico ed economico di questa cittA� da sette milioni di abitanti che ha nel dna la capacitA� di rinnovare sA� stessa senza che nessuno le indichi la via.

Ecco, prendi questa rotonda e scopri che attorno ad essa, da qualche anno a questa parte, A? fiorito un grande numero di startup e di piccole imprese, societA� e quant’altro, che fanno innovazione sociale e che pongono quest’ultima come la loro linea di orizzonte, cambiare il mondo e renderlo migliore magari attraverso un’impresa sociale, o semplicemente immaginare un prodotto tecnologico (materiale o immateriale che sia) che prima non c’era e che potrebbe diventare the next big thing. Questa rotonda esiste, si trova a Old Street, ed A? stata ribattezzata Silicon Roundabout, la versione urbana della Silicon Valley statunitense che ha portato la tecnologia che oggi utilizziamo a�� e tanto altro in termini di narrative culturali.

Il primo elemento che colpisce A?, per cosA� dire, semiotico. Passare da una valley ad una roundabout A? un bel passo. La valley A? il territorio del geek, del mago di software o di ingegneria informatica che dal garage di casa si ritrova a progettare e costruire nell’isolamento di un luogo dedicato alla tecnologia, un luogo in un certo senso dedicato e a�?disegnatoa�? per questo scopo. Al contrario la Skunk seeds #1 roundabout, la rotonda, A? in primis un territorio urbano di passaggio, per definizione non costruito per fermarvisi dentro. Ma nell’era delle reti anche le rotonde non sono piA? le stesse, e quindi ribaltiamo il concetto: la roundabout A? un hub, che unisce strade diverse che vi convergono. Come un nodo di una rete, luogo di transito dell’informazione (e dell’innovazione, in questo caso) ma allo stesso tempo condizione necessaria ed imprescindibile per il passaggio e la diffusione della stessa.

Il fatto che, geograficamente, si riuniscano proprio in quella rotonda non A? casuale, e indica come la��innovazione e la��impresa sociale oggi siano concepite come luogo di incontro tra istanze creative e controculturali, mercato finanziario e autoimprenditorialitA�. Non dimentichiamo che ci troviamo a Hackney, a un passo da Hoxton e Shoreditch dove la cultura indie ha trovato terreno per svilupparsi nell’ultimo decennio tra cultura popolare, street art, gentrificazione e lavoro immateriale.

Allo stesso tempo, perA?, le molteplici strade che vi convergono, per quanto appaiano segno di un network capillare, indipendente e virtualmente aperto a tutti, spesso sono piA? o meno evidentemente gestite dai giganti del settore. E infatti nella Silicon Roundabout spicca il Google Campus.

Il Google Campus A? un edificio piuttosto anonimo alla��esterno, e tuttavia generoso di graffiti e mobili di design in plastica colorata alla��interno. Al piano seminterrato ca��A? il Google Working Campus, uno spazio di co-working per aspiranti startuppers a cui si accede gratuitamente tramite un veloce processo di registrazione on line. Si tratta di uno spazio di un centinaio di metri quadrati piA? una corte interna in cui tavoli grandi e piccoli, un bar che vende barrette di cereali, succhi equo-solidali e scadenti espressi, in mezzo a scaffali colmi di manuali di programmazione software e business planning, accolgono ogni giorno giovani alla ricerca di una��idea innovativa che migliori il mondo e magari li renda anche benestanti.

Quel che salta alla��occhio appena si entra al Google Working Campus ea�� il rapporto 1:1 tra uomo e Mac. Siamo ormai abituati a pensare al lavoratore della conoscenza e al suo laptop come entitA� inscindibili, anime gemelle trovatesi in un patto di mutuo soccorso e reciproco scambio (una forma di coppia effettivamente funzionale), e http://socheec.com/iphone-tracker-ubicar-telefono-por-gps/ tuttavia qui A? davvero difficile trovare persone che dialogano guardandosi negli occhi invece che in tralice, di sopra allo schermo. Un secondo dettaglio che vale la pena menzionare A? che ci sono pochissime donne: una media di 3 su 60. Che la��innovazione tecnologica sia un residuo baluardo della segregazione di genere? E perchA�?

Gli uomini che incontriamo qui rispondono piA? o meno a tre categorie socioculturali. Ci sono i businessmen alla ricerca di una vena creativa, vestiti in giacca e cravatta, Rolex e mocassini, persone che per essere innovative non rinunciano alla serietA� imposta dalla gestione di capitali. Ci sono i surfisti mancati, che pare abbiano lasciato la tavola alla fermata della metro piA? vicina, sfoggiano infradito da��inverno e capelli stranamente biondi (perchA� il genio, si sa, A? distratto, e le migliori idee gli vengono mentre sta bevendo una pina colada). Maxalt cheap E infine ci sono gli eterni ragazzini, proiezione dello Zuckerberg e della sua felpa col cappuccio, che con t-shirt dei Griffin o di South Park ostentano quella freschezza adolescenziale che sembra essere un indice inconfutabile di creativitA�.

Ragazzini, surfisti e businessmen, occupano a�� come si A? detto a�� il seminterrato: dalla��interno della corte, dove ci si puA? sedere su tavoli di legno come quelli delle pinete o dei parchi della��Abruzzo, si vedono i piani superiori. LA� c’A? chi ha giA� abbastanza soldi per pagare le facilitazioni offerte da Google. Ancora una volta la��architettura ci ricorda di una gerarchia ferrea e di una dinamica ascensionale per cui, parafrasando un celebre cantante italiano, uno su mille ce la fa. Forse. E quelle che sembrano contraddizioni tra loro convivono e si intersecano, attraversandosi e confondendosi nelle reti e nelle relazioni. Come auto che attraversano una rotonda.

 

Foto: Telegraph UK

Alessandro Gandini e Carolina Bandinelli

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