Filosofia
Il manifesto
Societing reloaded: come fare impresa nei prossimi decenni !
L’economia corporate è in crisi. Sia in Italia, sia nel resto del mondo. Anche se i migliaia di miliardi di dollari spesi per risanare il sistema bancario dovessero riuscire a lanciarci in una nuova bolla speculativa, la combinazione di una crescente coscienza dell’ insostenibile impatto ambientale dell’ attuale sistema, ed una crescente percezione della sua illegittimità, particolarmente fra quei ’lavoratori del sapere’ che ne costituiscono la risorsa più pregiata, rende sempre più improbabile una sopravvivenza a lungo termine del business as usual. Risulta sempre più evidente che , per sopravvivere, il sistema deve cambiare radicalmente. Non c’è nessuna ragione perché le ricche risorse di talento, di capitale sociale, di potere organizzativo, di una società tecnologicamente avanzata come la nostra vengano unicamente impegnate, come ora, in una ricerca di profitto che va contro il sociale.
Però fra le buone intenzioni e i risultati pratici c’è l’organizzazione. Il nostro problema più grande non è una scarsità di idee ( fra il miliardo e mezzo di menti interconnesse nella rete ce n’è in abbondanza), nè di proposte concrete (come evidenzieremo in questo blog, nuovi sviluppi tecnologici come l’Open Manufacturing, l’Open Biotech e le energie alternative sono in fase di sviluppo rapidissimo), e neanche di persone disposte ad impegnarsi per un cambiamento concreto (nella classe manageriale globale, ed in particolare tra le leve più giovani è in atto, da qualche decennio, un cambiamento valoriale che spinge sempre più persone verso un impegno nel settore sociale, nelle ONG o nel social business, anche a costo di dover rinunciare ad uno standard economico elevato). Quello che manca è un nuovo modello organizzativo: una nuova filosofia d’impresa che è capace di capitalizzare su queste risorse e di dar loro una nuove direzione.
Mentalmente, noi siamo ancora dentro al ventesimo secolo. I modelli d’impresa con i quali operiamo sono, con qualche modifica, quelli che si erano evoluti negli anni trenta, come una risposta alla crisi d’allora, la crisi del ’29, dalla quale ha preso forma l’economia industriale come noi la conosciamo. In questo modello l’impresa rimane una sorta di entità monolitica, che sfrutta le sue proprie risorse interne con lo scopo di realizzare un profitto privato, trattando il contesto sociale ed ecologico in cui opera come un mero ambiente verso il quale non ha nessuna obbligazione. Anche se molte imprese parlano sempre più di responsabilità sociale e di impegno ambientale, sotto sotto vale ancora il famoso imperativo di Milton Friedman: che l’unico obbligo morale delle imprese è quello di massimizzare i propri profitti. Questo modello è diventato insostenibile. Primo perché l’espansione continua, e il continuo sfruttamento di risorse ambientali e sociali che presuppone sta già oggi incontrando dei limiti assoluti. Vediamo già oggi i costi, futuri e attuali, dello sfruttamento illimitato delle risorse naturali del pianeta. È difficile immaginare che livelli di diseguaglianza sociale possono continuare ad aumentare a lungo mantenendo la legittimità del sistema (negli Stati Uniti i livelli di diseguaglianza dei salari sono ormai tornati a quelli degli anni ’20, prima del New Deal, e per il 2010 si prevedono 13 milioni di sfratti di famiglie americane come effetto della crisi finanziaria del 2008). Secondo perché le imprese non sono più delle organizzazioni a parte. Il processo produttivo si svolge sempre di più al di fuori delle mura della fabbrica, coinvolgendo consumatori, risorse comuni come l’Open Source Software, comunità di innovazione che coinvolgono esperti amatori, fornitori e anche competitori, e i membri del nuovo pubblico della rete, che crea reputazione e brand. Le imprese diventano sempre più aperte, si costituiscono sempre più come dei network sociali, e questo comporta nuove forme di legami e di responsabilità verso quel sociale da cui sempre di più derivano il loro valore. Questo implica la necessità di una nuova filosofia, non solo di mercato, ma delle imprese nella loro totalità: Societing. Vogliamo sottolineare che questo non è solamente una questione di ‘fare del bene’. Al contrario, la necessità di lavorare con i legami sociali, di ‘fare società’ producendo nuove relazioni produttive che riescono sia a contribuire al bene comune, sia a generare quella legittimità e quell’ entusiasmo necessari per il funzionamento e la competitività di un’ impresa, sta già emergendo come un modo di aprire nuove fonti di valore, e come un imperativo centrale per la sopravvivenza a lungo termine.
Noi non siamo i primi a parlare di societing. Nel mondo del marketing molti se ne sono appropriati per distanziarsi dalle pratiche tradizionali legate all’idea della vendita di prodotti completi ad una massa di consumatori più o meno passivi. Il primo a proporlo fu Bernard Cova, professore all’ EuroMed di Marseilles, già in un articolo nel lontano 1993. Cova prendeva atto della nuova funzione relazionale dei beni di consumo. Cosa che lui collegava ad una condizione post-moderna dove le identità diventavano sempre più tribali. In questa situazione, i beni di consumo cominciavano ad assumere sempre di più una funzione di legami, che insieme costruivano delle forme di micro socialità – tribù appunto. Per Cova, societing significava, e significa ancora, lavorare con questa nuova funzione produttiva dei consumatori, con la loro capacità di produrre legami sociali e simbolici intorno ai prodotti, e fare in modo che questo contribuisca alla generazione di valore per le imprese. In Italia questo filone è poi stato ripreso da Giampaolo Fabris, che ha scritto un libro con lo stesso nome.
Noi siamo d’accordo con Cova e Fabris che il marketing in senso moderno -quello delle vendita di massa- è ormai una cosa passata. E siamo d’accordo che i consumatori stanno diventando sempre più produttivi, trasformando così i beni di consumo in una sorta di mezzi di produzione.
Ma la realtà è ancora più radicale. Sta scomparendo quella differenza fra consumatore e produttore, fra impresa e mercato, fra il marketing e il suo ambiente, che sia Fabris che Cova continuano a presupporre. Di conseguenza il societing non può limitarsi a proporre un nuovo modo di costruire mercati. Deve coinvolgere tutti gli aspetti dell’ impresa. Il societing deve essere visto come la risposta imprenditoriale ad una nuova condizione produttiva.
La diffusione di nuove tecnologie di informazione e comunicazione, dall’ intranet degli anni 70, attraverso internet fisso verso quello mobile, ha facilitato un’ enorme socializzazione dei processi produttivi. Pensate al banale esempio del televisore, che non viene più fatto in una fabbrica, ma in una rete di qualche migliaia di fabbriche coordinate da uno o due terzisti. Una tale complessità ed estensione dei processi produttivi non sarebbe possibile senza queste nuove tecnologie. E con la diffusione a livello popolare di internet questi processi produttivi hanno cominciato a comprendere anche persone normali -o come si soleva dire, ‘consumatori’. Il web 2.0, un esempio vecchio e ormai un po’ datato, è tenuto in piedi dalla quotidiana cooperazione collaborativa di milioni di persone. Il Free/Libre Open Source Software (FLOSS), un esempio un po’ meno banale, comprende centinaia di migliaia di programmatori- alcuni pagati, altri no- che producono insieme un prodotto estremamente complesso in un modo auto-organizzato dove le motivazioni economiche classiche sono secondarie. Il successo di FLOSS è evidenziato dal fatto che ,ormai, il software è free – nel senso che solo 15 per cento del valore aggiunto nell’ industria del software viene dal software stesso, mentre il resto viene da servizi ed applicazioni che si possono produrre intorno. Ma il FLOSS è solo l’inizio. Stiamo assistendo al boom dell’ Open Design, ingegneri, designers ed amateurs- nel senso classico del termine- che producono insieme e si dividono i disegni di importanti oggetti di uso quotidiano, dal panello solare al distillatore di bio-diesel. Allo stesso tempo vediamo un radicale abbassarsi dei costi di macchinari di produzione materiale. Oggi una stampante tridimensionale costa quanto uno stampate laser nel 1985. Fra cinque anni li compreremo al Mediaworld. Non si potrà stampare un oggetto complesso come una motocicletta, ma cambierà radicalmente il mercato delle cose semplici, come i giocattoli in plastica. Non ci sarà più nessun motivo di far produrre un giocattolo di plastica in Cina quando questi oggetti possono essere facilmente stampati direttamente dai bambini stessi. E di conseguenza non ci sarà neanche nessun profitto nel produrre e vendere questi tipi di oggetti. Cosa dovranno fare Lego o Chicco in una situazione del genere ? Fra una decina di anni potremmo forse vedere una rinascita dell’ artigiano locale che, con due o tre macchine economiche ma estremamente versatili (come quelli del famoso fab lab, lanciato al MIT), potrà stampare ed assemblare gli oggetti che ci servono basandosi su disegni Open scaricati in rete. Ancora un passo in avanti. Vediamo l’Open Biotech, oggi in espansione, che potrà distribuire in modo radicale la capacità di dedicarsi all’ingegneria genetica. Con il boom dell’istruzione terziaria possiamo vedere migliaia di laureati indiani che producono le manipolazioni necessarie per rendere possibile la coltivazione di pomodori nel loro microclima specifico. Il punto è che assistiamo ad un’ esplosione della produttività del sociale. La produzione di saperi non è più il privilegio delle imprese, e fra poco neanche la produzione materiale. Questo fa pensare che non saranno neanche le imprese a trovare le soluzioni di cui abbiamo bisogno per superare il difficile periodo di transizione che ci aspetta. Queste verranno dal basso, da milioni di piccoli imprenditori, inventori, hackers e scienziati-amatori.
Qual è il ruolo dell’impresa in questo contesto? Innanzitutto le imprese devono riconoscere la natura sociale e diffusa dei processi di creazione del valore. Alcune aziende l’hanno già capito. Arduino condivide liberamente i disegni dei propri prodotti in rete. Perché? Uno perché sarebbero copiati in ogni modo. Due perché così crea intorno a sè una comunità di utenti innovatori , fortemente legati al brand, che condividono essi stessi le loro innovazioni. In questo modo Arduino si trova al centro di un’estesa comunità di innovazione sociale che rende possibile un continuo miglioramento del prodotto stesso. Ormai si ritiene che agenti esterni alle imprese, come consumatori, fornitori e persino competitori stanno diventando una fonte sempre più importante di innovazione. Per far funzionare un tale processo l’impresa si deve fare società: deve realmente contribuire al processo di creazione collettivo di valore, lavorando insieme ai suoi stakeholders per un oggettivo comune.
Per noi societing denota questi processi. Se il marketing , insieme alla rivoluzione manageriale e l’emergere delle imprese moderne, era la risposta alla prima estensione delle catene produttive che ebbe luogo con l’arrivo del capitalismo industriale a fine ‘800, il societing è la risposta alla socializzazione della capacità produttiva che vediamo adesso. Societing , inteso in questo modo, va oltre le idee di postmoderno o di un consumatore sempre più produttivo. Societing costituisce un nuovo modo di fare impresa ed una nuova concezione del valore che siano adatti ad una nuova situazione produttiva e alle nuove sfide che ci aspettano.
I principi del societing.
Cosa deve fare un’ impresa che desidera stare al passo con questi cambiamenti? Dovrà partire da una valorizzazione delle sue risorse organizzative. Anche se i bambini possono stampare i propri pupazzi a casa, varrà la pena pagare una quota per far parte di una comunità d’innovazione online, come il Lego Bionicle, per esempio, dove uno può comunicare con altri con gli stessi interessi e gusti estetici e scambiarsi idee ed innovazioni. Anche se sarà possibile scaricare degli open design e portarli dal fabbro di paese che li produce con un Fab Lab, varrà la pene andare a IKEA, perché lì tutto è semplificato e a portata di mano ed in più rimane a disposizione un flusso esperienziale. Quindi un primo principio del societing è questo: sfruttare le capacità di organizzare processi di produzione- materiali ed immateriali- che coinvolgono una larga moltitudine di attori, fra cui i consumatori stessi. In questo modo l’impresa che pratica societing si trasforma da un’ entità monolitica, insensibile al suo ambiente, in una comunità produttiva estesa tenuta insieme da un ethos comune.
Però, perché l’impresa possa costituirsi come un tale network esteso e perché questo possa essere percepito dai partecipanti come qualcosa che effettivamente aggiunge valore ai loro sforzi, deve essere in grado di creare un ethos comune. Ma questa deve essere un’operazione condivisa. In una situazione in cui gran parte dei contributi produttivi di un processo branded derivano da attori che sono per definizione al di fuori del controllo diretto dell’ impresa stessa- il loro ‘lavoro’ è libero nel doppio senso di non essere remunerato e di non essere soggetto al comando intrinseco alla relazione salariale- il processo funziona solo finché gode della fiducia dei co-produttori. In parole povere, l’impresa che pratica societing deve costituirsi come un’impresa ‘etica’, che aggiunge valore tramite la sua capacità di istituzionalizzare dei valori comuni ad una comunità produttiva.
Il societing, come lo vediamo noi, è un tentativo di assecondare il processo di socializzazione dei processi produttivi, in atto da qualche decennio, con una nuova filosofia d’impresa che riconosce il ruolo sempre più attivo dei consumatori e degli altri stakeholders, e che si apre ad una loro partecipazione attiva anche nella determinazione del valore della ricchezza prodotta.
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