Free radical at work: ma in Italia?
Niente chimica, niente biologia o qualche altro. Per Radicali Liberi Scott Belsky intende considerare il corollario delle nuove attività lavorative incentrate sulla condivisione e alimentate da social innovation.
Si tratta infatti di un nuovo segmento di impiego nel quale giovani e brillanti operatori sono in grado di ideare in maniera del tutto autonoma il proprio spazio nell’intrigata rete della società moderna, che ben si sposa con il concetto del Peer to peer, senza disdegnare il concetto di rete intesa come propagazione della conoscenza.
Fino a poco tempo i free radical erano nient’altro che i liberi professionisti. Nell’odierna osservazione, così come asserisce Scott Belsky , i free radical sarebbero prima di tutto orientati verso la costruzione di una reputazione basata sulla condivisione fra soggetti: si fa spazio l’utilizzo crescente dei social media per acquisire conoscenze sul mercato in maniera diretta e veloce rispetto a quelle che sono le indagini di mercato. Inoltre si registra anche una forte mobilità nei percorsi lavorativi.
Ma qual’è l’effettiva situazione nel nostro Paese? Basta spostare il nostro sguardo di poco per renderci conto che tutto ciò che asserisce Belsky non rispecchia completamente la realtà italiana. Il digital divide in Italia sfiora ancora il 38%: ciò significa che la rete per il 38% della popolazione rimane ancora quella del pescatore, senza aver la benché minima percezione che con lo stesso termine venga indicato Internet. Conseguenzialmente, si registra una scarsa conoscenza dei social media e dei social network, con un forte impoverimento culturale.
Inoltre l’attuale situazione lavorativa italiana vede un’ampia fetta di giovani laureati che più che essere free radical, sono ormai slave radical di imprese che sfruttando il contratto a progetto con partita iva, non gli permettono l’effettiva mobilità lavorativa ma l’instaurazione di un rapporto lavorativa basato sull’assoggettamento del dipendente.