Cucina condivisa: mangiare, cucinare e fare economia insieme

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Per i consumatori più consapevoli, i cibi in tavola sono spesso frutto di una ricerca accurata degli ingredienti locali, biologici, sostenibili, ecc. In ogni caso, per molti di noi, il cibo non è abbastanza di qualità. Oggi, le persone che si siedono attorno al tavolo per mangiare appaiono preoccupate per il percorso che il cibo ha fatto prima di finire nel loro piatto, e per le comunità che si sostentano grazie alla vendita dei suoi ingredienti.

Coltivare e produrre cibo – dal cucinarlo e consumarlo al produrlo per ricavarne un profitto – sono diventate pratiche collaborative, nate da recenti innovazioni che non esistevano in passato. Mangiare è diventato un fatto politico/concettuale – e anche, se mi è permesso dirlo, socialista! – fondato sui concetti di peer-production e su concezioni egualitarie e non convenzionali di lavoro e di profitto.

Dappertutto i “mangiatori” stanno cominciando a mettere in discussione e a trasformare il significato dello spazio commerciale “cucina” e il concetto di ristorante tradizionalmente inteso.

La domanda di alimenti sostenibili e di qualità sulla nostra tavola ha trasformato l’idea di cibo che ha dominato per i decenni passati. Oggi i consumatori e gli esperti di culinaria stanno allo stesso modo sviluppando crescente attenzione ai problemi e alle circostanze che riguardano produzione, distribuzione, preparazione e consumo degli alimenti.

 

Produzione comunitaria di alimenti

Perché impegnarsi singolarmente? Mentre la cucina collaborativa si è diffusa nelle cascine e negli agriturismi durante gli ultimi decenni, nel contesto urbano si sono riscoperti i benefici del cucinare insieme per il bene della comunità. Grazie al grande numero di interessati alla produzione di conserve e confetture, ma anche ad altri prodotti più inusuali, l’esperta di conserve Anya Feral ha organizzato “YES WE CAN”, un gruppo di conservieri alle prime armi che compra i prodotti direttamente dai contadini locali e impara a conservarli in totale autonomia. I partecipanti all’iniziativa tornano a casa con scatole di conserve da gustare durante la stagione e con nuove abilità da riproporre nelle loro case e città.

Ma non si può vivere solamente di conserva di pesche! Perché non prendere a modello l’iniziativa della Feral e produrre pasti completi? L’associazione “Three Stone Hearth” di Berkeley è una delle molte Community Supported Kitchens (CSKs) nate negli ultimi anni, assieme alla “Salt Fire & Time” di Portland (Oregon) e alla coperativa “Local Sprouts” di Portland (Maine), oltre ad altri collettivi presenti sui territori di Chicago e altrove.

Come è stato molto vantaggioso il modello della CSA (Community Supported Agricolture), e lo è tuttora, per i coltivatori membri che condividono i profitti derivati dalle vendite dei propri raccolti, indipendentemente dal rendimento dei singoli, lo è anche per le Community Supported Kitchens che cercano nuovi membri per tenere i fornelli sempre accesi. I membri pagano in anticipo per ricevere regolarmente dispense di ottimi brodi vegetali, sottaceti, insalate di cereali integrali e molto altro ancora, il tutto cucinato con prodotti di agricoltori locali, alcuni dei quali partecipano direttamente alla preparazione e alla consegna.

Se tutto questo ti sembra troppo impegnativo, perché non organizzare un semplice picnic, invitare qualche sconosciuto ad un parco vicino, e condividere con gli altri il cibo portato durante uno splendido pomeriggio nel week-end? Questa è l’idea di “Grubly” a San francisco e di “EatWithMe” a Melbourne, in Australia. I partecipanti utilizzano questi siti web per organizzare eventi sociali centrati sulla condivisione del cibo e incontrare altre persone, chiacchierare e assaggiare le prelibatezze dei vicini.

Da un altro punto di vista, chi condivide gli ingredienti e li cucina collettivamente è considerato di moda e le imprese commerciali come la “Dream Dinners” stanno germogliando un po’ ovunque negli USA. I partecipanti si radunano presso una delle dozzine di location dell’azienda e preparano i pranzi per la famiglia grazie a ricette pre-selezionate e a ingredienti pre-tagliati. L’atmosfera che si percepisce è molto vicina a quella di una festa, con musica e snack: i partecipanti prendono semplicemente un contenitore e impacchettano i loro cibi per la settimana.

 

Scambiare insieme

Ti sarà venuta sicuramente fame parlando di tutto questo cibo! Non c’è assolutamente bisogno di mangiare da soli quando esistono così tanti piatti, tavole condivise e stravaganti ricette da divorare insieme con gusto.

Se il gusto suburbano di Dream Dinners non fa per te, perché non sperimentare direttamente a casa tua? Puoi prendere come esempio il modello dell’australiana “MamaBake”, dove gruppi di mamme si raccolgono nella cucina di casa, preparano insieme le pietanze e le dividono in porzioni pronte da mangiare, passando un magnifico pomeriggio collaborando in cucina. Oppure sbircia cosa fanno quelli di “Cook Here and Now” a San Francisco, Austin e a Melbourne: qui si preparano cibi di lusso dividendo tra i partecipanti gli ingredienti necessari, creando squisiti pranzetti cucinati da più mani. Lo sforzo dei diversi partecipanti si concretizza in un cooking club collaborativo che condivide una grandissima cucina professionale presa in affitto. I cuochi e i commensali si portano tutti gli strumenti e gli ingredienti necessari (non dimenticarti del vino!), preparano un gustosissimo pasto e si siedono tutti insieme ad un grande tavolo per mangiare, finalmente, le prelibatezze preparate.

Vuoi scambiare il tuo sandwich con la mia insalata di tonno? Il concetto di scambio ha permesso di svuotare le dispense dai prodotti che da soli non si utilizzano, o che non sono particolarmente graditi. Dalle zuppe alle cene complete per due, dagli omogeneizzati ai barattoli di sottaceti, la diffusione dello scambio di cibo ha permesso di alimentarci l’un l’altro in abbondanza. Gran parte di questi eventi accade al “18 Reasons”, un centro artistico a cui ruota attorno una comunità molto attiva nel cuore di San Francisco, dove le persone si scambiano cibi di qualsiasi tipo, dalle mousse di carota alle zuppe indiane.

 

Il business della cucina condivisa

Conoscere i propri vicini è sempre una cosa buona e piacevole, ma è anche possibile trasformare questo incontro in un profitto secondo la nuova etica e la nuova economia del mangiare insieme. Si è sempre usato fare conoscenza al ristorante, davanti a un bella tavola imbandita, per conoscere i nuovi vicini. Ma, ahimè, un’economia in difficoltà, un interesse nella cucina do it yourself e la crescita del supporto all’iniziativa indipendente ha dato vita a un bel numero di ristorantini alternativi che deliziano, per un giusto prezzo, i più attenti segugi che cercano in città specialità etniche o cibi particolarmente ricercati, tutto rigorosamente fatto in casa.

Verso la metà dello scorso decennio si è visto nascere il fenomeno dei furgoncini ristorante, un cavallo di battaglia del cibo on the road asiatico che ha conquistato un folto pubblico nelle città americane più all’avanguardia (San Francisco, Los Angeles, Chicago e New York). Il cibo è preparato velocemente, economico, cucinato fresco e, la maggior parte delle volte, delizioso. E’ chiaro che la spesa iniziale per l’acquisto di un veicolo con cucina è solo una piccola parte rispetto a quanto sarebbe costato aprire un tradizionale ristorante, permettendo così a un numero maggiore di aspiranti chef di provare a cimentarsi dconcretamente in cucina.

Il produttore di cibo su piccola scala è diventato maturo anche in altri modi. Più o meno come gli artisti e gli artigiani che hanno adottato il modello cooperativo di vendita al dettaglio per prodotti come dipinti, t-shirt stampate a mano e piccoli gioielli, i produttori di alimenti, come quelli della “San Francisco 311′s Cortland”, hanno messo insieme le forze e condiviso i rischi economici per aprire piccole cooperative/negozi di cibi fatti in casa. I produttori di torte e biscotti, i maestri delle patatine fritte e dei sottaceti, i più abili conservieri ecc, possono far fruttare le loro abilità attraverso splendide cucine comunitarie condivise, come “La Cocina” di San Francisco (che offre regolari corsi, eventi-mercato e conferenze sul come avviare e gestire piccoli business), e altri appuntamenti come il periodico “Underground Farmers’ Market”, un microscopico mercatino di generi alimentari fatti a mano o fatti in casa, sia in barattolo (pompelmi e dragoncello in conserva) che pronti da mangiare (spalla di maiale grigliata con focacce fatte in casa). Anche i cuochi casalinghi stanno prendendo parte all’azione. A Parigi, la piattaforma web “SuperMarmite” permette a chi ha cucinato cibo in eccesso di mettersi in contatto con quelli che invece non hanno avuto tempo di cucinare. Invece di ordinare dai take-away cibo da asporto, i partecipanti possono comprare la cena direttamente dai vicini, magari trovando prelibatezze come lasagne o stufato di maiale. Operazioni come queste sono vincenti per tutti: tu hai la cena pronta e io preparo una porzione in più per fare qualche soldo extra. Di colpo si cambia così il normale rapporto tra chef e cliente!

Per quelli che vogliono fare gli chef su scala più grande (o per quelli che già sono chef, ma vogliono cucinare meno spesso), perché non seguire la tendenza dei ristoranti pop-up? Chi cucina – cuochi e aspiranti tali – affitta i ristoranti durante i periodi di chiusura, proponendo il proprio menu, cucinando le proprie specialità, gestendo autonomamente la propria pubblicità sperando di portare al ristorante abbastanza persone da poter vedere realizzato il proprio sogno di “ristoratori per un giorno”. I benefici di questa pratica sono significativi: i ristoranti che già esistono fanno soldi quando non avrebbero potuto, gli aspiranti cuochi possono avere un ristorante e proporre una cena senza troppo impegno, e chi mangerà potrà assaggiare squisitezze che altrimenti non avrebbe avuto la possibilità di assaggiare. A San Francisco questa iniziativa si è diffusa a macchia d’olio: esiste addirittura un ristorante interamente dedicato ad eventi di questo tipo, “The Corner”, posizionato in una delle zone più belle dell’intera città.

Cos’altro sta nascendo a proposito della Cucina Collaborativa? Possiamo solo immaginarlo per ora. Ma sicuramente continuerà ad alimentare il nostro crescente desiderio di sperimentazione, coerenza etica e domanda di cibi di qualità, aiutandoci a stare meglio insieme a tavola…e facendoci riflettere su cosa significa davvero condividere un pasto insieme.

Sperando che queste iniziative continuino a diffondersi e ad ispirare altre comunità nel resto del mondo, possiamo immaginare tutto questo anche in Italia? Il futuro italiano della “Cucina Condivisa” resta nelle mani degli chef e dei golosi più creativi…siete pronti ad accendere i fornelli?

Marco Guardamagna

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  • Flavia Tarsilla

    bellissime iniziative! sono un’amante della cucina e anche una buona forchetta, amo cucinare per condividere momenti insieme agli amici ma sicuramente sarebbe lo stesso farlo per persone estranee e, perchè no, guadagnare qualcosina! se l’Italia sia pronta o no non lo so, per ora accontentiamoci dei ristoranti che utilizzano esclusivamente prodotti a km0! personalmente mi piacerebbe avviare un’attività agrituristica dopo gli studi!

  • Sergio Gaeta

    eh già! ha ragione flavia! sarebbe bello organizzare dei mega pic-nic con l’intento di far diventare il momento del pasto, un aggregatore sociale con persone che magari hai conosciuto solo sul web. Si potrebbe fare un’esperimento con qualche città univerisitaria…

  • Silviamutu

    Sarebbe una cosa molto interessante da provare…tuttavia credo che gli italiani siano troppo legati alle tradizioni e alle loro paure…!!!!!! 

  • Alessandro_bellucci

     Lo trovo un esperimento molto interessante e attuabile anche da noi soprattutto nelle grandi città.Lo trovo un esperimento molto interessante e attuabile anche da noi soprattutto nelle grandi città.

  • Francesca Bellini83

    Per me che abito in un paesino di campagna sapere la provenienza del cibo non è mai stato un problema: ho la possibilità di comprare nei supermercati della mia città  cibo a km0 e ,addirittura, ho la fortuna di avere chi lo produce a tempo perso direttamente in casa( i miei nonni!!). Capisco, però, che nelle grandi città il rapporto con il cibo e in generale con l’alimentazione possa essere più frenetico e meno diretto. Ripartire da una cucina condivisa mi sembra un’idea molto positiva. Serve a riscoprire il valore di condivisione, la qualità e la forza di aggregazione che il mangiare insieme produce. 
    Non so se l’Italia sia pronta a questo tipo di cucina condivisa, in quanto dovrebbe cambiare abitudini fortemente radicate. Siamo famosi per il culto della cucina e promuoviamo la condivisione, ma ho la sensazione che rimanga racchiusa nella cerchia familiare e affettiva in generale. Non so se sarebbe la stessa cosa anche con degli estranei. 
    Io comunque sarei curiosa di provarla!

  • Giuliana Madonna

    Il cibo è ed è sempre stato anche momento di condivisione, “stiamo insieme, magari mangiamo qualcosa?”, tipiche frasi che uniscono il cibo al sociale.
    Mi vengono in mente quei film Americani dove le persone del quartiere portano del cibo al nuovo vicino, che figataaaaaaaaa!!!!!.
    Noi siamo troppo indietro per far questo, però questa iniziativa è una bellissima idea,  magari perchè no farlo con persone conosciute sul web?.
    Sarebbe una figata!!!!!

  • M Gaia

    Per quanto riguarda l’articolo sulla cucina condivisa mi ritengo ancora un po’ scettica perché ritengo il cucinare una pratica strettamente personale, addirittura intima, fatta con dedizione per le persone a te care. Non mi piace molto l’idea che qualcuno estraneo alla mia famiglia lo faccia per me anche se a volte sarebbe comodo; preferisco andare in pizzeria o al ristorante a quel punto. 

  • Giapazza

    credo che queso concetto della “cucinca condivisa” sia molto interessante in quanto sviluppa e permette la sostenibilità di un aspetto fondamentale della nostra quotidianità: la socialità. Credo che la condivisione anche in mondo molto vario e curioso come quello della cucina sia un modo alternativo di instaurare relazioni, svolgendo una pratica molto divertente e rilassante come l’atto di cucinare. A tal proposito mi sono piaciuti molto: il fatto che un gruppo di mamme  si riuniscono per passare un pomeriggio insieme e cucinare varie prelibatezze, oppure il fatto di potersi scambiare il cibo quando una famiglia ne ha prodotto in eccesso e un altra, invece,in difetto. Sicuramente sono tutte cose molto interessanti e innovative che in termini relazionali portano a miglirare l e nostre vite in quanto permettono di avvicinarci direttamente a persone nuove con le quali , oltre al mero “cibo”, possiamo condividere qualsiasi opionione. In particolare mi ha colpito molto il fatto dei ristornati “pop-up”: credo che sia un elemento molto positivo in quanto crei un atmosfera di allegria e di cordialità fra le persone, ma sopratutto anche una possibilità di “mettersi in mostra” da parte di asprianti chef che vogliano mettersi alla porva su quello che hanno imparato. In questo caso “l’esperienza diretta” sul campo, la possibilità per queste “matricole” di sperimentare nuovi cibi, di mettersi alla prova con la clientela, rappresenta un elemento molto innovativo a mio avviso, in quanto produce un nuovo immaginario collettivo, basato su una doppia possibilità:
    - per i clienti, mangiare cose nuove e sempre più nuove
    - per gli aspiranti chef, la possibilità di fare esperienza e di incrementare quel processo di ” familiarità” con la cucina che rappreenta un elemento importante per ogni chef che si rispetti.
    In cuonclusione posso quindi dire che sarebbe fantastico poter esendere queste pratiche quotidiane dalle metropoli alle città più picocle, così da offrire la possibilitù a tutti di poter relazionarsi con qualsiasi tipo di persona, fare esperienza, e cucinare quello che più ci piace.

  • Dani M.

    E’ un idea interessante, magari anche per rendere l’attività del cucinare un attività più piacevole.
    Ho sentito dire da molte persone, in primis mia mamma, che non amano cucinare perchè sono spesso da sole in questa attività che alla lunga può anche stufare, e quindi facciano questo solo per dovere.
    Per me con questa condivisione e collaborazione si potrebbe riscoprire anche una certa passione nell’arte culinaria