The New Sharing Economy

Questo articolo è stato scritto da alessandro

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La nuove tecnologie riescono a collegare in modo sempre più stringente e continuo gli individui alle informazioni, alle altre persone e alle cose fisiche. Connessioni sempre più intelligenti e efficienti, che negli ultimi anni hanno contribuito a cambiare il nostro essere consumatori/fruitori, il modo in cui socializziamo, consumiamo e, non da ultimo, le nostre modalità di vivere e relazionarci all’interno della società.

Il consumo delle informazioni, il modo in cui socializziamo e alcuni modi d’agire nella nostra quotidianità stanno cambiando. Ma in che modo? E con quali conseguenze?

In un’economia globale, dove i mezzi di produzione (di contenuti ma anche di beni fisici durevoli) sono sempre più decentrati e “volatili”, dove le possibilità di accesso nell’ecosistema dell’informazione sono cresciute a livelli esponenziali, come sono cambiati i nostri rapporti con la conoscenza e la condivisione?

 

The New Sharing Economy

L’interessante ricerca “The new sharing economy”, effettuata tempo fa da Latitude in collaborazione con SharaAble Magazine (un sondaggio effettuato su un campione di oltre 500 utenti del web), si interroga e prova a offrire risposte e spunti di analisi, a questi e altri interessanti quesiti.

Una ricerca dettata dal vorticoso aumento di start-up guidato dalla crescente diffusione di tecnologie e piattaforme di condivisione sociale.

 

Generazione fiducia

Un cambiamento generazionale, un salto di paradigma – cui ha contribuito anche la crisi economica e ambientale dell’ultimo biennio – che ha portato all’affermazione di nuovi modelli di consumo e il passaggio da un sistema economico “proprietario” a uno di tipo “open”, che offre potenzialmente a tutti l’accesso alla conoscenza e alle informazioni.

Negli ultimi anni, lo stato precario dell’economia ha aumentato la consapevolezza le decisioni di acquisto, premiando scelte “pratiche” anziché il puro consumismo. I partecipanti con i redditi più bassi, inoltre, si sono dimostrati i più propensi ad adottare comportamenti di condivisione, oltre che a vedere di buon grado la possibilità di farlo con gente dal reddito e dal tenore di vita migliore del loro.

Andamento e scenario economico/finanziario a parte, lo studio mette in luce come a “spingere” e incoraggiare gli individui a condividere risorse (non solo online, sia chiaro) sia soprattutto il “fattore fiduciario”: gli utenti, insomma, stanno imparando a fidarsi reciprocamente l’uno dell’altro. E il tutto, dato ancor più interessante ovviamente, slegato da ogni logica di “economicità individualistica/egoistica”. Al contrario, la ricerca evidenzia come per questi nuovi cittadini l’economicità si realizzi proprio dalla condivisione libera e gratuita (di ogni tipo di bene/servizio e nelle più diverse tipologie di settore, come mettono in evidenza le slide).

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Oltre lo sharing digitale

Oltre allo sharing di informazione e notizie di vario genere online, le categorie più diffuse oggetto di sharing risultano essere:

Spazi abitativi (58%)

Spazi di lavoro (57%)

Ristorazione (57%)

Oggetti per la casa / elettrodomestici (53%)

Abbigliamento (50%)

Car-sharing (Car-sharing condiviso tra le categorie più significative rispetto ai non-car-sharing registra una media di 11 contro 8 categorie, rispettivamente)

Si è quindi diffusa una tipologia di nuovi cittadini che offrono la possibilità di utilizzare beni/servizi/informazioni senza rivendicarne un “diritto d’autore” o la proprietà esclusiva degli stessi. Ma c’è di più: oltre al semplice risparmio di denaro, il campione oggetto di studio della ricerca reputa la pratica dello sharing uno strumento efficace per rendere il mondo un posto migliore, trovando proprio in quest’ultimo aspetto una “retribuzione immateriale” che va ben oltre la sola e semplice “retribuzione economica”.

Un aspetto dalla grande valenza anche simbolica, niente affatto da sottovalutare.

 

Che cos’è oggi l’economia?

E allora, per meglio comprendere la diffusione sempre crescente – e forse ormai inarrestabile – di questi fenomeni, occorre soffermarsi un momento su cosa sia oggi “l’economia” e su come le nuove tecnologie abbiano contribuito a trasformarne la connotazione stessa del termine. (a tal proposito vi consiglio una rilettura del Manifesto del Societing )

Nella concezione più o meno canonica e diffusa, l’economia altro non è che un sistema attraverso cui dei soggetti sociali (gli attori economici) provvedono al soddisfacimento delle proprie esigenze (bisogni) all’interno di un contesto in cui, essendo limitati gli strumenti per soddisfare queste esigenze (beni economici), è possibile attribuire ad essi un’importanza (valore economico).

Detta in questi termini appare evidente una questione tanto profonda quanto delicata: il denaro non è l’unico modo con cui attribuire valore economico a un bene. Il denaro è il modo più veloce, più intuitivo, tangibile. E’ anche la forma più rapida e quella storicamente forse meglio radicata. Ma non l’unica.

Questo che potrebbe sembrare una puntigliosa discussione accademica “di pura lana caprina” – intesa come “astratta” –  risulta in realtà cruciale nella società digitale e nei social media perché proprio all’interno di Internet e del web 2.0 sono esplosi e continuano a fiorire fenomeni in cui il funzionamento di alcuni servizi e di alcune applicazioni è interpretabile grazie all’esistenza di meccanismi sociali non basati sullo scambio di denaro. Alla base di tutto ciò c’è il principio dell’economia del dono (a tal proposito vi consiglio anche questa intervista http://www.etnografiadigitale.it/2011/03/il-dono-al-tempo-di-internet-il-valore-della-condivisione-e-dello-scambio/ ) , uno dei più importanti lasciti alle scienze sociali da parte del sociologo ed antropologo Marcel Mauss. Senza entrare nel merito delle teorie, con questo termine in antropologia si identifica un meccanismo con cui le tribù instaurano un sofisticato insieme di relazioni sociali basate sullo scambio reciproco di doni che preparano il terreno a un legame più duraturo nel tempo. Alla luce dei fatti, l’economia del dono è di fondamentale importanza nel web sociale e partecipativo poiché consente di interpretare quei meccanismi, altrimenti difficili da comprendere, che sono proprio la condivisione di oggetti multimediali – musica, film – nel file-sharing, la libera contribuzione a progetti collaborativi come Wikipedia etc.

 

Oltre lo scambio monetario: lo scambio umano

Tutti questi casi – ma se ne potrebbero portare ad esempio molti altri in numerosi ambiti del vivere civile, come evidenzia la ricerca – dimostrano come nel web 2.0 sia possibile immaginare una situazione in cui le persone partecipano a un progetto non perché attirate da prospettive economiche e monetarie, ma spinte da motivazioni sociali: sentirsi parte di un gruppo, condividere un ideale, instaurare legami con altre persone. Tutte quelle attività cioè dall’alto valore “umano” e che, in quanto tali, considerate dal contenuto valoriale incommensurabile. Per tali ragioni in queste dinamiche non trova posto il “dio denaro”, perché spesso le cose di valore sembra non possano avere un prezzo. Sarebbe altrimenti difficile spiegare e giustificare tutte quelle attività in cui l’energia creativa di un gran numero di persone viene coordinata grazie a specifiche piattaforme web, senza la necessità che le persone coinvolte siano pagate per l’attività che svolgono.

Lo scambio di mercato, dunque, è la forma che prevede lo scambio di beni e servizi attraverso un mercato, la redistribuzione è una forma che prevede un organo centrale che accentra beni e servizi prodotti, che poi redistribuisce alla collettività; la reciprocità è una forma di scambio di beni e servizi volta principalmente alla formazione di legami e relazioni tra individui.

Il dono al tempo di internet come meccanismo di creazione di relazioni basate sul dono e sulla fiducia; ma anche come processo da osservare e analizzare per meglio comprendere le modalità in cui si generano ed evolvono le relazioni in una società “liquida” come quella attuale.

 

L’economia della condivisione

Gli elementi caratterizzanti della nuova “economia della condivisione”, dunque, possono essere individuati in un risparmio dei costi, comunità e relazioni più forti, la conservazione ambientale, un più ampio accesso alle risorse e una maggiore qualità dei prodotti realizzati per la condivisione.

Un’analisi sui mutati scenari comportamentali e sulle nuove tendenze dei cittadini/utenti/consumatori che offre anche interessanti spunti di analisi e valutazione per il mondo business perchè, al passo con i nuovi bisogni, nascono anche nuove opportunità di condivisione in diversi settori.

E le premesse, stando ai numeri della ricerca, potrebbero essere incoraggianti se è vero che:

Il 78% dei partecipanti ritiene che le esperienze di scambio e condivisione con altri utenti online abbia migliorato la propria condizione e resi più aperti e disponibili all’idea di condividere anche con gli sconosciuti.

Il 75% dei partecipanti è convinta che la propria attività di sharing online continuerà e crescerà nei prossimi 5 anni a venire.

(e sebbene, dice lo studio, il settore sia in costante crescita, una larga fetta di domanda resta comunque ancora insoddisfatta)

Più della metà dei partecipanti, si è detta entusiasta dello sharing o ha manifestato il proprio interesse a farlo (e ciò vale per tutte le tipologie di beni e servizi presi in esame e illustrati nelle slide della ricerca)

 

Conclusioni

Come dimostra la parte conclusiva della ricerca, le aree che offrono maggiori margini di crescita per le imprese nell’ambito dello sharing, sono quelle in cui ancora molti servizi non sono presenti nelle diverse categorie. Una tesi avvalorata dal fatto che tre intervistati su quattro credono che la condivisione di beni e servizi (siano essi oggetti, beni durevoli o spazi fisici) aumenterà nei prossimi cinque anni.

Voi che ne pensate? Avete delle idee o delle case history da comunciarci che possono confermare qusta tendenza?

Salvatore Romano

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