Apertura ai talenti e vantaggio strategico: lo studio comparativo di Amy Chua

Questo articolo è stato scritto da Redazione

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Secondo Amy Chua, docente presso la Yale Law School, esiste una connessione diretta tra l’acquisizione dello status di superpotenza e la capacità di attirare, motivare e remunerare il talento al di là delle barriere di natura etnica, linguistica o religiosa. L’accumulazione di capitale umano permette, secondo questo punto di vista, di governare in modo efficace e duraturo. Nel suo ultimo libro Day of Empire: How Hyperpowers Rise to Global Dominance – and Why They Fall l’autrice argomenta la sua tesi presentando casi molto eterogenei: la Persia degli Achemenidi, l’Impero Romano, la Cina sotto la dinastia Tang, l’impero dei Mongoli, l’Olanda nel ‘600, l’Impero Britannico, la leadership degli Stati Uniti nel ‘900 e l’ascesa dei rivali nei primi anni del nuovo millennio.

Il ragionamento della scrittrice sino-americana parte dall’osservazione di una interessante regolarità storica: le superpotenze, nella loro fase di ascesa, tendono ad essere fortemente tolleranti e pluraliste in comparazione con gli standard della loro epoca. Ovviamente questo fattore non va letto in chiave moderna: il tipo di tolleranza espressa dalle società antiche, in cui erano diffuse pratiche come lo schiavismo, non è confrontabile con le misure attuali: le politiche di apertura potevano essere perseguite per puri scopi di stabilizzazione politica ed incremento della potenza, non per finalità di tipo etico. Garantire la mobilità sociale per gruppi eterogenei, anche se soggiogati, è infatti una delle fonti del potere: le capacità umane non sono mai localizzate in un singolo insieme omogeneo, attingere al bacino più ampio possibile di risorse può costituire una leva fondamentale.

Gli stati più influenti, per divenire superpotenze, si sono costantemente confrontati in termini militari, economici e demografici con i loro rivali: essere dei “magneti” capaci di attrarre conoscenze tecniche e individui intraprendenti in misura maggiore rispetto ai propri concorrenti consente, secondo la studiosa, di accumulare un vantaggio strategico e di porre le basi per il mantenimento del potere su base multi-territoriale. Quindi, la correlazione tra successo politico-economico e apertura ai talenti non è solamente un sottoprodotto dell’estensione spaziale dei grandi imperi, che per loro natura incorporano popolazioni eterogenee. Si tratta invece di una causa profonda, che riguarda la creazione di una classe dirigente non vincolata da barriere di natura etnico-culturale e, nei limiti dall’epoca di riferimento, l’esistenza di una correlazione tra meriti individuali e posizione sociale migliore rispetto a quella espressa dai propri rivali.

Il testo di Amy Chua può essere criticato sotto alcuni punti di vista: si può riscontrare una generalizzazione spazio-temporale del modello di sviluppo degli Stati Uniti, l’attuazione di comparazioni storiche che possono apparire arbitrarie, la sottovalutazione dell’impatto delle altre cause che portano all’accumulazione delle risorse della potenza. Come in tutti gli studi di grande portata, sono inevitabili le omissioni di natura empirica o teorica. Nonostante ciò, l’autrice ha elaborato un punto di vista molto originale, che riesce ad essere estremamente rilevante per il dibattito contemporaneo. Infatti, Amy Chua utilizza la sua teoria per cercare di rispondere ad una delle domande fondamentali della nostra epoca: tra quanto finirà la fase di egemonia degli Stati Uniti ? Chi sarà il successore ? La Cina, l’India, l’Europa ?

Il libro si distacca dalle classiche argomentazioni di tipo militare e industriale: il nuovo egemone, secondo questa prospettiva, sarà la struttura politico-economica in grado di concentrare e valorizzare maggiormente le potenzialità umane, superando aspirazioni contingenti di purezza etnica o religiosa. La prima guerra da vincere sarà quindi quella del talento. Si tratta di una osservazione da tenere in considerazione anche nel caso dell’Italia: il riconoscimento e la valorizzazione del merito, la possibilità di portare ai vertici decisionali individui indipendentemente dal background di provenienza, sarà una condizione vitale per migliorare il posizionamento strategico del paese e per indirizzarlo verso un nuovo percorso di crescita.

(via Raffaele Mauro e Lo Spazio della Politica)

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